Cinema News — 21 novembre 2012

Skyfall non è come gli altri film di 007. In tutti gli altri film di Bond c’era un percorso univoco e si poteva cogliere addirittura uno sviluppo reiterato della trama, se non un canone, con tutta una serie di elementi ricorrenti, di momenti cruciali posti in punti ben precisi, di tipologie di personaggi ben identificabili che funzionavano come riferimenti sicuri. Come ha notato acutamente Umberto Eco, che nel Superuomo di massa aveva addirittura proposto uno schema delle situazioni ripetute in ogni film di 007, i film di Bond hanno un’allure rassicurante, dato che le variazioni avvengono su un tema collaudato.

Con Skyfall si rimane disorientati, perché il meccanismo della ripetizione connaturato alla serie di 007 sembra essere assente. Nel film che celebra il cinquantesimo compleanno della serie (e che per questo assume anche un valore simbolico), Sam Mendes, il regista di American Beauty, ha deciso di sovvertire le regole e di non girare un classico film di James Bond. Fino ad ora si poteva dire che chiunque si fosse cimentato col genere aveva comunque rispettato le regole del gioco: certo, c’è stato chi ha dato un’impronta più classica (Guy Hamilton), chi ha privilegiato un gusto più ludico (John Glen), chi ha voluto suggerire una maggiore aderenza ai tempi in cui viviamo (Martin Campbell), ma in ogni caso la struttura classica, il canone della drammaturgia bondiana, si coglieva sempre in filigrana.

Non solo: prima di Mendes pochi dei registi che si sono cimentati con la serie di 007 hanno cercato di uscire dalle maglie del prodotto di puro intrattenimento. L’hanno fatto Terence Young con Licenza di uccidere e Dalla Russia con amore e Lee Tamahori con La morte può attendere, In altri casi si tratta perlopiù di singole sequenze in film che difficilmente possono essere definiti a tutti gli effetti film d’autore, almeno nel senso tradizionale.

Mendes invece fa il grande salto: con Skyfall ripensa il canone di 007 e punta al film autoriale.

Skyfall è come un gioco di riflessi, di citazioni e di rifrazioni, dove al percorso univoco classico e lineare degli altri film della serie è stato sostituito un plot apparentemente discontinuo, pensato più come un puzzle.

A conferma del desiderio di Mendes di costruire un complesso gioco di riflessi, nelle sequenze dei titoli di testa Mendes cita il raffinato Orson Welles della Signora di Shanghai: si vede Daniel Craig in un labirinto di specchi simile a quello della scena iconica con Rita Hayworth, una scena indelebile che evoca uno smarrimento allucinato nei cinefili, e che nei bondofili richiama anche il luna park privato di Francisco Scaramanga, introducendo fin da ora il senso della citazione e della sotto-citazione, un punto chiave di questo film.

Lo specchio è proprio l’elemento chiave, l’immagine simbolo di Skyfall. Ogni cosa viene vista indirettamente, nel suo essere riflesso della realtà, e su questo argomento si potrebbe costruire tutto un saggio: basti pensare a Bond che si fa fare la barba da Eve, specchiandosi idealmente lei, a Silva che vuole essere guardato da M, mostrandole il suo vero volto, deturpato dagli effetti dell’acido, e poi alla visione speculare di Bond che rivede idealmente se stesso in un’icona come la vecchia Aston Martin.

Nelle mani di Mendes lo specchio è sia lo strumento del doppio, dell’alter ego, dell’avatar, ma anche uno strumento deformante e destabilizzante. Gli immaginari specchi di Mendes sono come quelli dei luna park, deformano le sembianze reali, destrutturando ogni cosa. Proprio come accade in Skyfall, uno dei primi film in cui Bond vede passare in secondo piano la sua fisicità, sia a livello superficiale (Bond non passa i test medici) sia a livello di ossatura drammaturgica.

Skyfall appare come un film destrutturato, con una sceneggiatura talmente solida e ben scritta da potersi permettere di rinunciare a un’ossatura filmica tradizionale, per appoggiarsi via via a riferimenti, citazioni, richiami endogeni ed esogeni.

Per tale motivo, per essere apprezzato appieno, Skyfall richiede che lo spettatore conosca molto bene il mondo dei film di 007. In caso contrario ci si ferma in superficie, ci si gusta la storia, ma si perde il meglio.

Mendes ha creato un film in cui in un certo senso James Bond riflette (ancora una volta torna il tema dello specchio e del doppio) su se stesso.

A parte l’adrenalinica sequenza iniziale girata a Istanbul e sul treno – che non è emblematica del film e ha pochi meriti, se non quello di creare una certa continuità con gli altri due film interpretati da Craig- Skyfall è tutto un gioco di rimandi.

Poi, dopo lo spartiacque rappresentato dai titoli di testa, dove non compare l’iconica “Gun barrel sequence”, curiosamente posposta alla fine del film, Mendes comincia ad addentrarsi nei meandri (anche qui si potrebbe individuare un referente alla metafora, simboleggiato dalle gallerie della metropolitana) delle citazioni e delle sotto-citazioni. A questo proposito, vale tutto il film la splendida sequenza girata nel casinò di Macao, dove ognuno può pescare nel mare magnum delle citazioni possibili, ravvisando un’eco dei film esotici di von Sternberg, in primis I misteri di Shanghai, che a sua volta ispirò il pionieristico Terence Young di Agente 007. Licenza di uccidere, ma anche un riferimento alle location bondiane de L’uomo dalla pistola d’oro.

In tal senso prende forma un film perfettamente calibrato, equidistante dal postmoderno e dal minimalismo, dove il riferimento alla storia di Bond è necessario ma non opprimente.

Nelle sequenze centrali in particolare Mendes tende ad asciugare il film, prendendo le distanze dalle atmosfere e dal canone bondiani per creare un film d’autore valorizzato da Javier Bardem, uno dei villains meglio riusciti dell’epopea di 007, al pari di Adolfo Celi, Donald Pleasence e Telly Savalas.

In questa “reductio ad minimum” Mendes convince anche con il nuovo Q, che dopo anni di divertenti gadget offre a Bond solo una pistola e una radio, come si conviene a un film che procede per forza di levare. E convince anche la raffinata operazione nostalgia con la cara vecchia Aston Martin DB5, rispolverata per questo inedito Bond minimalista.

Resterebbe ancora molto da dire, a partire dall’ottima interpretazione di Ralph Fiennes, alla sequenza girata in Scozia, con la trovata del vecchio amico di Bond (un grande Albert Finney) che capisce “Emma” anziché “M”, in un raffinato gioco degli equivoci, rafforzando ancora una volta l’impressione che in questo 007 intellettualistico le apparenze ingannano, non nel modo tradizionale ma nella maniera più articolata e complessa che si possa immaginare.

 

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