Archivio film Cinema News Serie TV — 21 ottobre 2018

Titolo originale: 22 July
Regia: Paul Greengrass
Genere: Drammatico
Sceneggiatura: Paul Greengrass, Asne Seierstad
Fotografia: Pål Ulvik Rokseth
Cast: Anders Danielsen Lie, Jon Øigarden, Jonas Strand Gravli, Ola G. Furuseth, Maria Bock, Thorbjørn Harr, Jaden Smith, Seda Witt.
Produzione: Eli Bush, Chris Carreras, Gregory Goodman, Finni Johannsson, Scott Rudin, Tor Arne Øvrebø, Paul Greengrass.
Nazionalità: Stati Uniti d’America
Anno: 2018
Durata: 143 minuti

Il cinema di Paul Greengrass è spesso caratterizzato dalla volontà di raccontare la Storia come se fosse cronaca, come dimostra l’uso frequente della macchina a mano e di un montaggio teso e sincopato; scelte linguistiche mirate a trasmettere l’idea che vi sia qualcuno che stia filmando gli eventi mentre stanno accadendo.
Elementi che – insieme alla coralità del racconto – si sono già visti in Bloody Sunday (sulla domenica di sangue del 1972 in Irlanda del Nord) e United 93 (sull’11 settembre 2001), e che ora vengono riproposti in 22 Luglio, film targato Netflix presentato in concorso alla 75a Mostra del Cinema di Venezia.

L’opera si concentra sugli attentati che il 22 luglio 2011 il neonazista Anders Breivik fece al centro di Oslo e nell’isola di Utøya, dove si teneva un campo estivo per i giovani del partito laburista norvegese.
Un evento del quale si narrano anche le conseguenze e gli sviluppi, tanto che qui vengono mostrati sia i traumi fisici e psicologici di alcuni sopravvissuti sia il processo che fece condannare l’assassino a ventuno anni di carcere, la massima pena di detenzione presente nell’ordinamento della Norvegia.

Risulta evidente da tale sinossi che il film si divide in due parti molto distinte: quella dedicata agli attentati e quella sul post-strage.
E se nella prima il regista segue le linee stilistiche e narrative che hanno caratterizzato la sua filmografia dando vita a dei momenti al tempo stesso sobri ed efficaci, anche se forse visivamente meno intensi rispetto ai lavori precedenti, nella seconda la messa in scena si fa invece un po’ piatta e televisiva.
Infatti, nel seguire la storia di un ragazzo ferito ma sopravvissuto e quella di Breivik e del suo avvocato, il cineasta evita sì le trappole della retorica, ma nel fare ciò realizza delle sequenze con poche idee registiche e linguistiche, rischiando così di creare un racconto lineare ma con un livello emotivo e ritmico a dir poco scarso.

Limiti evidenti anche nella sceneggiatura, la quale non riesce a seguire con profondità e acume i personaggi al centro del film. Qui, da un lato, la vicenda psicologica e familiare del ragazzo viene raccontata con una certa superficialità (soprattutto il suo rapporto con il fratello, anch’egli presente alla strage ma rimasto fisicamente illeso), mentre dall’altro non si sofferma sufficientemente su quella che forse è la figura più interessante dell’opera, l’avvocato di Breivik, uomo di sinistra che vive la difficile situazione di dover difendere un pluriomicida di estrema destra del quale prova soltanto ribrezzo.
Due elementi tematici interessanti che purtroppo però non sono portati avanti con la profondità e la stratificazione necessarie.
Evidentemente Greengrass è un autore più abile a raccontare eventi concitati in cui vi sono azione e scompiglio, piuttosto che a narrare momenti più lenti e riflessivi, come quelli presenti nella seconda parte del film.

Il risultato è dunque complessivamente dignitoso, in quanto sobrio e asciutto, ma cinematograficamente poco interessante, in quanto piatto e televisivo, più adatto al piccolo schermo del computer o del televisore piuttosto che a quello grande di una sala cinematografica. Siamo dunque di fronte a un buon prodotto Netflix, ottimo per essere usufruito su tale piattaforma, ma molto meno adeguato per essere presentato nel concorso principale di un festival prestigioso come quello di Venezia.

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