Archivio film Cinema News — 02 Ottobre 2016

Regia: Rob Zombie

Soggetto e Sceneggiatura: Rob Zombie

Cast: Sheri Moon-Zombie, Meg Foster, Lawrence Hilton Jacobs, Richard Brake, Malcolm Mc Dowell, Judy Geeson

Fotografia: David Daniel

Scenografia: Siobhan O’ Brien

Costumi: Carrie Grace

Montaggio: Glenn Garland

Produttore: Joseph Aliberti, Rob Zombie

Distribuzione USA: Saban Films

Durata: 102’

Anno:2016

Vigilia di Halloween. Una comitiva di artisti in viaggio su un pulmino, viene sequestrata da una banda di individui mascherati. Finiranno reclusi in una struttura, dove parteciperanno al 31, un gioco sadico e feroce, dove la posta in gioco è la sopravvivenza.

Ci sono film che sono già una perfetta critica al genere d’appartenenza.

Un esempio? 31, ovvero il settimo lungometraggio di Rob Zombie, presentato in anteprima al Sundance.

Il più rock e settantesco fra i registi e sceneggiatori horror emersi negli anni zero, ci propina uno scossone che oltre ad amalgamare il repertorio tematico (road movie, personaggi borderline, femmine sgallettate, una highway to hell, come canterebbero gli AC/DC e la famiglia disfunzionale) e le inquadrature estetizzanti (frame stop e split screen) delle altre sue opere crea un cortocircuito narrativo fra slasher, torture porn, cannibalismo, erotismo urgentissimo, time lock (la vicenda si snoda in 12 ore) e la pericolosa partita del conte Zaroff. Ma attenzione: nonostante le dosi massicce di humour nero, tanto lui è un autore del doppio segno, il divertimento non è solo metacinematografico e ludico come per la saga Scream, ma le ambizioni sono più alte. Certo che l’apparente fragilità dell’intreccio può far sembrare 31, un’opera di minore interesse rispetto agli stratificati e politici House of 1000 Corpses, Devil’s Rejects e Lords of Salem. Tuttavia una visione più attenta ci fa percepire che se un soggetto così fosse toccato a registi sopravvalutatissimi come Adam Wingard o James Wan tutto si sarebbe risolto in un giochino di ruolo. 31 è invece un horror che non fa sconti a nessuno: a parte il sadismo, la follia e gli schizzi emoglobinici a profusione, dietro la mdp c’è come sempre un’artista horror con tutti i crismi, che oltre ad affibbiare ai suoi sterminatori clowneschi nomi da cultura metallara (il milieu di Rob Zombie del resto è quello) come Doom Death, Psycho Head e Sick Head, reclutati per massacrare i concorrenti, fa un cinema dove i carnefici catechizzano le vittime alla violenza, cerca la bellezza convulsa nel macabro, sapendo deriderla nel reale triviale dell’uomo. Qua la mdp è sempre attenta al fuori campo e guida lo spettatore attraverso l’inferno in diretta da percorrere con il passo del leopardo, visto che i killer impugnano motoseghe, coltelli e mazze ferrate. I due emuli di De Sade che dirigono la mattanza sono fedeli sodali del regista come Malcolm Mc Dowell e Judy Geeson, conciati come quei borghesi dell’Ancien Regime, che scatenarono una mattatoio stavolta reale come quello della Rivoluzione francese, tanto per ribadire il connubio fra raffinatezza e ruvidezza, insito nella poetica di Zombie. E’ un autore che non ha assilli etici e sentimentali, guarda i personaggi forgiare la sopravvivenza sull’assedio western, sapendo come i suoi registi di riferimento, che l’ansia artistica è un bisogno impellente , una cruda risposta alle prigioni storiche e sociali.

Così reinventa in maniera sgradevole attori cult come Lawrence Hilton-Jacobs (Panda), star della serie TV Welcome Back, Kotter(1977),che a suo tempo lanciò anche John Travolta e soprattutto Meg Foster(Venus), la cui età non più giovanile la rende ancora più mortifera e inquietante ,di quando lavorava con Carpenter e Peckinpah.

Merce rara dunque nell’horror contemporaneo, anche se il finale e il pre-finale giocano al rimpiattino con lo spettatore alla Funny Games, con la differenza che Sheri Moon, ricoperta di sangue mentre arranca sulla strada assolata sulle note di Dream on degli Aerosmith, non troverà il truck della salvezza ad accoglierla, come è accaduto a Marilyn Burns.

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