Archivio film Cinema Eventi News — 19 settembre 2018

Il compito più importante del direttore di un festival cinematografico è probabilmente quello di imprimere una linea culturale corrispondente alla propria idea sul presente e sul futuro della Settima Arte.
In tale direzione, la gestione Barbera della Mostra del Cinema di Venezia è sempre stata chiara e precisa nei suoi intenti e nelle sue politiche, in quanto sono emerse fin dai primi anni due direzioni piuttosto definite: da un lato, l’ampio spazio dato ai titoli e agli autori provenienti dall’America Latina (per Barbera la parte del mondo più interessante nell’attuale panorama cinematografico), dall’altro, la massiccia presenza di film statunitensi papabili per gli Academy Awards. Una tendenza, quest’ultima, che ha volutamente fatto della kermesse più antica del mondo la vetrina – o meglio – l’anticamera dei premi Oscar, ereditando così la funzione che fino a una ventina d’anni fa aveva il festival di Berlino.
Politiche ben evidenziate da due Leoni d’Oro, come quello del 2015 al venezuelano “Ti guardo” e quello dell’anno scorso a “La forma dell’acqua”, opera vincitrice anche di quattro Oscar, tra cui “miglior film” e “miglior regia”.

Quest’anno si sono inoltre rafforzate altre due linee – riscontrabili anche nelle edizioni passate, ma in modo meno netto -, quali l’attenzione al cinema di genere (come dimostra la presenza in concorso dell’horror di Guadagnino e dei western di Audiard e dei Coen) e, soprattutto, l’apertura a Netflix, piattaforma che ha portato al Lido diversi titoli, tra cui “Roma” di Alfonso Cuarón, “22 July” di Paul Greengrass, “The Ballad of Buster Cruggs” dei fratelli Coen e “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini.
Un fattore, quest’ultimo, che ha suscitato molte polemiche, soprattutto da parte degli esercenti, in quanto questi film sono prevalentemente destinati alla visione domestica su piccolo schermo, facendo così concorrenza alle sale cinematografiche, da anni in forte declino. Una discussione che pone il quesito su quale sia il ruolo di un festival e su quali debbano essere i criteri dei suoi selezionatori: se devono cioè stare attenti soltanto al linguaggio e alla qualità del prodotto o se, invece, devono porre attenzione anche al suo destino distributivo, facendo quindi una cernita tra i titoli pensati per il grande schermo e quelli no.
Una questione molto lunga e complessa, che qui non è forse il caso di approfondire, anche se si può comunque affermare che un festival – più che seguire pedissequamente il mercato (oggi nettamente favorevole alle piattaforme digitali) – dovrebbe esserne il controcanto, ovvero lo spazio e l’istituzione che cerca di regolarlo e di direzionarlo. In questo senso, sarebbe importante che manifestazioni prestigiose come Cannes e Venezia spingessero piattaforme quali Netflix a trovare una loro distribuzione in sala.

Ma al di là di tali discussioni, vi è da riscontrare che la 75a Mostra del Cinema di Venezia ha confermato tutte le linee sopra citate, non solo nella selezione dei film, ma anche nei premi, assegnati dalla giuria presieduta da Guillermo Del Toro, che ha privilegiato nettamente il lato più “mainstream” della gestione Barbera.
Così, il Leone d’Oro è andato a “Roma”, prodotto distribuito da Netflix e realizzato da un autore messicano che da anni lavora a Hollywood come Alfonso Cuarón, mentre il Leone d’Argento per la regia è stato conferito a Jacques Audiard per “The Sisters Brothers” e il Gran Premio della Giuria a “La favorita” di Yorgos Lanthimos, vincitore anche della Colpa Volpi per l’interpretazione femminile, andata alla bravissima Olivia Colman. Due titoli che confermano la linea “commerciale” della giuria, in quanto entrambi in lingua inglese e accessibili al grande pubblico, girati tra l’altro da autori europei trapiantati a Hollywood, come appunto il francese Audiard e il greco Lanthimos.

I giurati non hanno adottato una politica di per sé negativa, in quanto tesa a rendere la Mostra sempre più appetibile al mercato statunitense e a un pubblico più vasto e meno spiccatamente cinefilo, ma hanno commesso il grave errore di dimenticare una delle più importanti missioni di un qualsiasi festival cinematografico: quella di dare spazio e visibilità anche a opere più difficili e dal destino distributivo meno scontato, qui completamente escluse dal palmares.
Il primo pensiero va sicuramente a “Sunset” di László Nemes, film ostico e divisivo che ha però il merito di possedere una grande coerenza formale, una sorprendente cura per l’immagine (affascinante l’uso della luce) e un’interessante tematica storica (la crisi e il crollo della società austroungarica), espressa non solo tramite la narrazione, ma anche attraverso una regia originale e particolare.
Sarebbe stato bello vedere premiato anche “What You Gonna Do When the World’s on Fire?” di Roberto Minervini, documentario narrativamente compatto ed esteticamente ricercato che tratta senza superficialità e senza retorica un tema delicato come quello del razzismo e della situazione afroamericana negli States contemporanei.

Tutto ciò in una Mostra stimolante non solo nel concorso ufficiale, ma anche nelle altre sezioni, in primis nel fuori concorso e in “Venezia Classici”. Se nella prima sono stati presentati gli interessanti documentari di Frederick Wiseman (“Monrovia, Indiana”) ed Errol Morris (“American Dharma”), oltre al recupero di “The Other Side of the Wind” di Orson Welles, nella seconda va citato l’omaggio di Peter Bogdanovich a Buster Keaton con “The Great Buster: A Celebration” e, soprattutto, il restauro del bellissimo classico iraniano “Brick and Mirror” di Ebrahim Golestan, opera importante ma poco conosciuta in occidente, la cui presentazione veneziana fa sperare in un recupero più diffuso ed esteso che vada oltre il circuito festivaliero.

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