Cinema News — 08 ottobre 2012

TITOLO: A dangerous method

ANNO: 2011

DURATA: 99 minuti

GENERE: Drammatico, trhiller, biografico, storico

REGIA: David Cronenberg

CAST: Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Keira Knightley, Vincent Cassell

TRAMA: Il turbolento rapporto tra il giovane psichiatra Carl Gustav Jung, il suo mentore Sigmond Freud e Sabina Spielrein, la donna bella e tormentata che si frappone tra loro.Tratto da fatti realmente accaduti, una esplorazione della sensualità, dell’ambizione e dell’inganno.

RECENSIONE: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung sono le due più importanti figure di riferimento del mondo della psicanalisi. Il tentativo, audace, del film (e dello sceneggiatore Christopher Hampton, nonché autore del libro “Un metodo pericoloso”, dal quale è ispirato il film) è quello di psicanalizzare loro, di mostrare come la loro professione si interfaccia con le loro vite.

La regia è affidata a David Cronenberg, e non poteva essere altrimenti, vista la sua “ossessione” per l’analisi della mente e dei suoi labirinti. Tuttavia, sebbene lo sceneggiatore fosse lo stesso autore del libro, il regista perfetto per il tema principale, e il cast assolutamente d’eccezione, raccontare Freud e Jung in 94 minuti non è facile per nessuno. E si vede.

Le battute iniziali sono accettabili, e il tema del mutamento, altro leit motiv del cinema di Cronenberg, viene mostrato efficacemente nel momento in cui la schizofrenica Sabina Spielrein viene riportata alla vita da Jung, il quale, utilizzando il metodo freudiano della terapia delle parole, riesce ad esplorare la mente della paziente liberandola dai traumi del passato e foraggiando la sua passione per la psicanalisi e la voglia di sentirsi utile. Emblematico in questo senso il sorriso profondo della Knightley quando il quasi perfetto Michael Fassbender, nei panni di Jung, le chiede di aiutarlo nei suoi esperimenti.

L’altro momento di svolta è rappresentato dall’incontro di Jung con il collega Otto Gross (Vincent Cassell). Il confronto tra l’animo nichilista e edonista di Gross e quello puro di Jung è decisivo.

Incredibilmente la fortitudo animi del protagonista si sgretola rendendolo vulnerabile alle avances dell’affascinante ormai ex paziente, con la quale intraprende una relazione amorosa, infrangendo le più basilari regole professionali oltre che coniugali.

Il processo di mutamento in atto dentro di lui è a quel punto inarrestabile. Nonostante decida di concludere la relazione ricca di passione ed erotismo con Sabina, alcune delle sue certezze sono state distrutte dal coinvolgimento emotivo causato da quella storia. Jung inizia ad elaborare da quel momento anche tesi professionali differenti da quelle della maggior parte dei suoi colleghi, Freud compreso, e l’amicizia tra i due termina bruscamente durante la scena con più pathos del film: lo scambio epistolare con il quale Freud e Jung rompono in malo modo i loro rapporti e le loro collaborazioni.

Nella scena finale, con Jung e la Spielrein seduti uno di fronte all’altra, diventata ormai psicanalista a tempo pieno, c’è l’intreccio di tutti i temi principali della storia. Lei, dopo essersi sposata con un altro uomo, è incinta e nel pieno della realizzazione personale e professionale. Deve quasi tutto a Jung che viceversa le appare insicuro, con poche certezze di fronte a sé, se non quella di voler ricercare un metodo di cura per i suoi pazienti che riesca a mostrar loro la strada giusta da intraprendere, metodo che, seppur grazie ad un coinvolgimento personale, è in sostanza quello utilizzato nel curare la stessa Sabina.

Il capovolgimento dei ruoli è totale.

Sabina è tornata alla vita, dopo aver sviluppato una personalità salda, avendo trasformato i traumi infantili in punti di forza, mentre Jung, di fronte a lei, è costretto a reinventarsi e trovare nuove basi dalle quali ripartire, umane e professionali. Accomunati solo dal loro amore, ormai divenuto platonico ma non per questo meno intenso, i due si dividono, così come si erano già divise le strade di Freud e del suo giovane allievo Carl Gustav Jung.

Gli ingredienti per produrre una pellicola davvero importante c’erano tutti, ma purtroppo la regia di Cronenberg presenta dei limiti inaspettati: alcuni personaggi, come Otto Gross, vengono mostrati in maniera troppo superficiale, come anche alcune tematiche chiave come i traumi di Sabina Spielrein, fonti delle sue tendenze psicotiche e sado-masochiste. Non si assiste a quel viaggio metafisico all’interno delle quattro brillanti menti protagoniste che ci si aspettava dal regista canadese. Molte situazioni appaiono raccontate in modo quasi dozzinale, tenute a galla solo dall’interpretazione ottima di tutti gli attori protagonisti.

Manca qualcosa. Un film bello, ma che sarebbe potuto essere un capolavoro.

FRASE: “Il miglior giudice di cosa significhi questo momento sarà lei stesso. Il resto è silenzio!”

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 6+

Daniele Dell’Orco

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