Cinema News — 08 febbraio 2014

Titolo originale: Inside Llewyn Davis
Regia: Joel ed Ethan Coen
Soggetto: Joel ed Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Joel ed Ethan Coen
Scenografia: Jess Gonchor
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham
Produzione: Mike Zoss Productions, Scott Rudin Productions, StudioCanal
Distribuzione: Lucky Red Distribuzione
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2013
Durata: 105 minuti

Prima o poi, l’avrebbero fatto. Prima o poi, avrebbero riversato in un unico film tutto il loro pessimismo, la loro visione circa l’inettitudine e la sconfitta e avrebbero finalmente mostrato da che parte propende, secondo loro, il caso. Fortuna o sfortuna? Senza dubbio la seconda. E l’avrebbero fatto senza filtri, senza indorare la pillola, senza una sceneggiatura particolarmente divertente, forse senza neanche una storia. Una sorta di manifesto? Forse. Di sicuro, era solo questione di tempo.
A proposito di Davis è un film che non va da nessuna parte come il suo protagonista. Inizia e finisce al punto di partenza, con tanto di beffa paradossale (stavolta addirittura “storica”), anch’essa motivo ricorrente dei due registi di Minneapolis. Llewyn Davis è un chitarrista e cantante folk senza un soldo alla ricerca dell’agognato successo discografico. Interpretato da un magistrale e stralunato Oscar Isaac, aveva un partner, morto suicida, con il quale in passato aveva raggiunto una certa notorietà. Il peso del lutto che porta con sé è enorme, quasi come quello del gatto che lo accompagnerà per buona parte della vicenda. Un personaggio nomade, che dorme sui divani di amici e conoscenti, intenzionato a perpetrare uno stile di vita poverissimo pur di non scendere a compromessi con l’America volitiva e rampante dei primi anni Sessanta. La storia di un perdente perennemente in viaggio, anche solo rimanendo nella New York delle tante opportunità per molti, ma non per lui. Ed eccoli, due temi cari ai Coen, la dimensione dei looser ed il viaggio (quest’ultimo, stavolta, decisivo per quanto riguarda la meta e non più per la dose di vita esperibile on the road), esplosi in questo film con una potenza tanto struggente quanto contrita e soggiogante. Viene però quasi spontaneo domandarsi: perché rifiutare l’alto tasso di spettacolarità che ha (quasi) sempre contraddistinto il loro lavoro? Perché affidare la narrazione a una sceneggiatura priva di sviluppi, ironia (qui davvero poca) e brillantezza? Perché questo ritmo statico, in bilico tra lentezza e reiterazione senza slanci o sviluppi significativi? Rimanendo nel campo delle possibilità, possiamo affermare con estrema cautela che i due fratelli abbiano deciso di fare il punto sul proprio cinema e sulla propria poetica, scegliendo la via di un’assoluta essenzialità. La pellicola, in quest’ottica, si contraddistingue per una magnifica coerenza. La regia è infatti povera di movimenti di macchina, prediligendo inquadrature fisse, primi piani e campi di insieme – sembra quasi non solo ambientata, ma realmente girata nel 1961; la scrittura si limita a descrivere la quotidianità del protagonista, sicuramente anticonvenzionale ma ripetitiva, tanto da far sperare in una svolta provvidenziale; la fotografia, infine, sembra spaziare fra tutte le sfumature possibili del grigio, come a farsi specchio e metafora dell’alone di mediocrità che circonda Llewyn Davis. Chi si aspettava le profonde riflessioni di Non è un paese per vecchi e A serious man, oppure la goliardica  e dissacrante leggerezza de Il grande Lebowski e Burn Afer Reading, forse rimarrà deluso, ma indubbiamente A proposito di Davis resterà per Joel ed Ethan Coen un film forse tra i più autentici, sofferti e difficili, probabilmente il più doveroso e necessario.

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