Archivio film Cinema Eventi News — 20 Dicembre 2018

Bisogna avere un caos dentro di sè, per generare una stella danzante
(Nietzsche)

L’America ha ancora davvero bisogno di sogni, dopo averli triturati in incubi postmoderni?

La Hollywood metalinguistica e onirica, unica e assoluta sovrana di un populismo autoterapeutico si raccontava attraverso il mito del Self made man.

Oggi non esistono più modelli applicabili a quel mito, la middle class si è praticamente estinta e la working class non affolla più strade
e officine, ma solo la precarietà di una scrivania con schermo piatto.

Hollywood (oggi) dovrebbe reinventare questa tipologia umana, scrostando dalle iconografie mondane quella patina fasulla che ci fa sentire un
po’ tutti upper class.

Bradley Cooper con A Star Is Born compie proprio questa operazione, svestendo un mito consacrato come Lady Gaga dal suo alone di
trasgressiva autoreferenzialità.

Nel film non vediamo recitare la pop star ma la sua versione al naturale. Senza trucco Lady Gaga è Stefani Joanne Angelina Germanotta, con una
continua sottolineatura delle imperfezioni del volto che diventano dettagli maliziosi su cui fondare un nuovo mito: Ally.

Il primo contatto fra Ally e Jackson avviene in un locale queer, e nel camerino lui le solleva un sopracciglio finto.

Questo la dice assai lunga sul concetto di epurazione di un mito e la cosa che più colpisce e commuove è che Cooper ci crede veramente,
inserendo tra le battute memorabili del film una buffa e romanticissima esaltazione di bellezza dedicata al naso di Ally.

Un naso importante quasi di discendenza yiddish, diventa un leitmotiv ironico-sentimentale.

Non così superbamente corteggiato il naso della Streisand nella versione del 1976, quello diretto da Frank Pierson è un film che invecchia
maluccio e soprattutto manca di passione. Uno sgangherato e polveroso circo woodstockiano che non incide la passione nella carne dei personaggi.

A Star Is Born di Cooper, pur avendo una certa ingenuità registica, riesce a far vibrare le emozioni sulla pelle dei suoi protagonisti specie
nelle sequenze da live concert in cui la macchina da presa segue in dettaglio le dita nervose, mentre sulle corde o sui tasti compongono un riff e
il volto di Gaga/Ally che si contorce in smorfie di passione canora.

Totalmente indifferente agli umori sofisticati dei film del 1932 e del 1937(A che prezzo Hollywood? E’ nata una stella di William Wellman), come
allo sfavillio melodrammatico del capolavoro del 1954 (E’ nata una stella di George Cukor), questa versione si pone come ballade country-rock-pop.

Una ballata malinconica mai spinta fino al mèlo e mai troppo sentimentale, che lascia lo spazio per elegiache rielaborazioni su un’America di frontiera,
in cui i loser alcolizzati incarnano l’ombra dell’American dream.

Lady Gaga si mangia letteralmente il film imponendosi con voce, bocca e naso, Cooper nei duetti con Sam Elliott fa venir voglia di rivedere
immediatamente Junior Bonner di Peckinpah, mentre l’America di Trump è li e attende davvero disperatamente un nuovo sogno.

voto: 7

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