Archivio film Cinema News — 14 novembre 2013

Vítor Gonçalves, regista portoghese considerato appartenente alla “Scuola di Reis”, torna al cinema dopo una lunga pausa durata più di venti anni. Il suo primo lungometraggio, A Girl In The Summer, è stato realizzato nel 1986 e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia; A Vida Invisivel è stato appena proiettato al Festival Internazionale del Film di Roma tra le opere in concorso.
Meditazione nostalgica e malinconica sul male di vivere, il film descrive un personaggio intrappolato in un’impasse emotiva ed esistenziale. Hugo, un giovane impiegato di Lisbona, si ritrova all’improvviso stretto tra due eventi inaspettati che lo costringono a riconsiderare le scelte della propria vita: la dolorosa perdita dell’amico Antonio e l’inatteso ritorno di Adriana, la donna che ha sempre amato. Di fronte alla tremenda malattia di Antonio, Hugo appare inerte, pietrificato dall’imminenza della morte; rispetto alla presenza di Adriana, indeciso e incapace di lasciarsi andare, diffidente verso qualsiasi possibile cambiamento. Al profondo senso di inadeguatezza che tormenta il protagonista fanno da sfondo gli interni polverosi e immobili in cui si muove (la sua casa, l’ufficio), sempre incupiti da una penombra pesante e opprimente.
La cromia del film, grigiastra e spenta, è interrotta qua e là dagli sprazzi di azzurro limpido del Tago e poi dalle immagini variopinte dei super8 che Hugo trova in casa di Antonio: visioni estatiche e tremanti di bellissimi paesaggi primordiali (distese d’acqua, scogli, gole, montagne e pendii) dai colori pieni e forti. Sono proprio queste immagini del passato di Antonio che fanno scattare qualcosa nella mente di Hugo, e diventano l’imput che lo induce a ripensare il proprio passato.
Gonçalves mette assieme i topoi dell’amore e della morte come termini ultimi di confronto dell’agire e del sentire umano, e intesse una meditazione venata di tristezza sullo scorrere del tempo. L’immagine filmica, attraverso la presenza dei super8, si fa infine metafora e simbolo della memoria e del ricordo. A Vida Invisivel sembra insomma avere tutte le carte in regola per essere un film ben riuscito, eppure c’è qualcosa che non funziona: nonostante l’indubbio fascino di alcune sequenze dalle atmosfere rarefatte e quasi oniriche, resta la sensazione che all’opera di Gonçalves manchi qualcosa. Le dilatazioni temporali dell’azione a tratti stancano, e la descrizione dei personaggi e della loro interiorità appare come incompleta. Non sono errati i punti di partenza insomma, ma l’orchestrazione degli elementi che compongono il film non convince fino in fondo.
Guardando rapidamente – e in modo parziale – alla cinematografia portoghese, A Vida Invisivel appare insomma piuttosto distante tanto dalla magia e dal mistero del cinema del grande Manoel De Oliveira quanto dall’irriverenza spontanea e carismatica di João Pedro Rodrigues. Peccato, perché il sentire che pulsa nel cuore del film (un misto di rimpianto, mestizia e inquietudine) avrebbe potuto trovare proprio nella bellezza malinconica e seducente di Lisbona un eco assolutamente perfetto.


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