Archivio film Cinema News — 13 Febbraio 2016

Folli, così chiamiamo i diversi appena superano il confine della normalità. Folli diventano tutti i disabili che però vivono, pensano e sognano come tutti gli altri. La follia diventa dunque l’alibi dell’ipocrisia, il muro dell’indifferenza. Li consideriamo fuori di senno per non considerarli affatto. Invisibili e senza voce per ribellarsi, i folli rimangono soli con la loro disperazione. La storia di Francesco Gioffredi, per gli amici Ciccio (Moisé Curia), porta all’attenzione delle nostre coscienze il dramma di un ragazzo bipolare, discriminato dagli amici e incompreso dai familiari in un paesino siciliano. La passione per la musica e l’affetto della famiglia illuminano la via della salvezza. In fondo, l’amore della madre (Stefania Rocca), pur eccessivo e a volte dannoso, è tutto ciò che resta a chi vive ai confini della normalità. Ispirato a una storia vera, Abbraccialo per me è una denuncia sociale di un Paese in cui gli unici centri di accoglienza sono le famiglie.
Dopo decenni di fiction televisive, Vittorio Sindoni ritorna al cinema e alla sua Sicilia con una storia che era diventata piuttosto un’esigenza. Una storia di speranza e solidarietà che non vuol suscitare lacrime mielose ma parole e pensieri. Con la semplicità di sempre e l’umorismo di uno spirito libero, il regista di Capo d’Orlando ci racconta del suo film, del disagio dei disabili nell’Italia del centro sud e della meraviglia di scoprire grandi attori in giovani talenti. Alessandro Freschi, Luca Cappelli e Gianmarco Giosa sono i tre ragazzi di Potenza che vestono i panni degli amici di Ciccio e lo aiutano a credere nel suo sogno, suonare la batteria. I tre giovani attori di Sindoni, in realtà, sono musicisti anche nella vita e insieme a Federico Falasca e Leonardo Giuzio formano i Freschi Lazzi e Spilli. Gianmarco, che scherzando Sindoni chiama “il nuovo Scamarcio”, racconta della speranza della musica e delle note scritte per un “regista di cuore”.

Come nasce l’idea di fare un film sulla disabilità mentale?
Vittorio Sindoni: “L’idea mi è venuta ripensando alla storia di un ragazzo disabile emarginato con una madre iperprotettiva che giustifica l’isolamento e l’indifferenza. È ispirato a una storia vera ma romanzata che emoziona, fa piangere e anche ridere. Poi con i tre potentini possiamo raggiungere anche un pubblico di giovani, perché di fronte a certi problemi non ci si può girare dall’altra parte”.

Come ha incontrato i Freschi Lazzi e Spilli?
Vittorio Sindoni: “A poche settimane dall’inizio delle riprese non avevamo ancora trovato dei ragazzi che potessero sembrare dei liceali, amici del protagonista. Poi mi ricordai di una cena di mesi prima, a cui partecipò tra i miei amici anche un ragazzo che aveva stranamente fretta di andar via. ‘Domani ho un provino per il Festival di Sanremo’, mi disse Leonardo. Così, sei mesi dopo contattai Leonardo che per motivi di lavoro non riuscì a partecipare al casting, ma mandò due dei suoi amici, Gianmarco e Luca. Ricordo che già suonavano e cantavano quando arrivai in studio dove mi aspettavano. Erano Le Uova di Lucia poi mi spiegarono, la canzone con cui erano arrivati alle finali tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo 2015. Il terzo ragazzo, Alessandro Freschi, cantante e autore della band, poi lo conobbi via Skype, aveva una faccia da film dei fratelli Vanzina. Gli diedi una battuta e lui ne scatenò tre di fila, una dopo l’altra. Insomma, erano perfetti: musicisti, giovani e con una bella canzone”.

Da musicisti a attori, com’è stato cambiare palco?
Gianmarco Giosa: “È stata un’esperienza positiva, a parte il divertimento di stare davanti a una telecamera, a noi ha fatto piacere dare un contributo al film per quello che ci piace di più, la musica”.

Nessun imbarazzo da prima volta davanti alla telecamera?
Gianmarco Giosa: “Luca all’inizio ha avuto qualche difficoltà a parlare siciliano, ma il regista ci disse di parlare semplicemente potentino. In fondo, mi sono reso conto che un concerto è molto più impostato, è uno spettacolo da preparare con una scaletta da seguire, invece recitare per Vittorio è stato molto più spontaneo. Cercare di essere il più possibile noi stessi ed entrare nella parte, è tutto ciò che il regista ci ha chiesto. Quando provavamo in camera di Ciccio è un po’ come quando facciamo le prove nella nostra saletta. Canticchiare Attitudine tra i banchi di scuola ricorda un po’ i nostri “scleri pomeridiani” o L’Amore dello Stivale nella scena del matrimonio, con tanto di invitati come pubblico, non ci è sembrato recitare”.

È stato il regista a chiedervi di scrivere la canzone dallo stesso titolo del film?
Gianmarco Giosa: “No, eravamo a Roma per girare le scene delle prove in camera di Ciccio. Avevamo una ripresa alle 9 di mattina e un’altra alle 7 di sera, così presi dalla noia Alessandro Freschi ha provato a buttar giù qualche verso ispirandosi alla storia di Ciccio. Sapevamo che Vittorio non aveva canzoni oltre a Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi. Così, quando alla fine il ragazzo viene portato in un centro ricreativo, la sorella dice alla mamma ‘vieni a salutarlo’, e lei con la desolazione nel cuore, ‘no, abbraccialo per me’.
Vittorio Sindoni: “In realtà, il film doveva chiamarsi Sotto il Segno dei Pesci dalla canzone di Venditti che doveva essere il finale del film. Ma ci serviva un titolo più realistico e con un messaggio di speranza”.

Abbraccialo per me che non ci riesco più
E perdonami se ho spine sulle spalle per le braccia tue,
canticchia Gianmarco, spiegando la canzone come un dialogo immaginario tra madre e figlio.

La musica è dunque il sogno di Ciccio, il collante dell’amicizia, la luce di speranza?
Vittorio Sindoni: “La musica ha un ruolo positivo, trasmette il messaggio di speranza e solidarietà della storia. I ragazzi che vanno a suonare a casa di Ciccio, sono gli unici suoi veri amici, lo fanno divertire. Nella vita poi, loro sono così.”

Dopo tanti anni in tv come spiega il ritorno al cinema?
Vittorio Sindoni: “Mi ha affascinato la storia. Questa potrebbe essere the end, se non ho un’idea bella e forte non faccio nulla. Avrò girato oltre 4000 ore di fiction, accompagnato attori come Sergio Castellitto, portato Stefania Sandrelli a girare serie televisive, ma ora non riuscirei più a tenere i ritmi della televisione. Io vengo da un cinema d’autore, nel senso che scrivo soggetto e sceneggiatura con molta libertà, cosa che non è possibile in televisione. Sono un tipo ribelle, anarchico”.

Le tematiche sociali e l’impegno pubblico continuano a guidare le sue storie.
Vittorio Sindoni: “I disabili sono gli ultimi perché non possono scendere in piazza a manifestare. Una volta nei piccoli centri non esisteva il problema dell’assistenza agli anziani o ai disabili, c’era sempre il vicino a dare una mano. Oggi manca la solidarietà e soprattutto nel centro sud mancano le strutture adeguate. Così, disabile finisce per essere anche la madre che sta accanto al figlio malato”.

Abbraccialo per me che mi trascina giù,
ti capisco perché si cade più veloce se si cade in due.

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