Archivio film Cinema News — 10 ottobre 2016

Regia: Gerardo Olivares, Otmar Penker
Sceneggiatura: Otmar Penker, Joanne Reay, Gerald Salmina
Cast: Jean Reno, Tobias Moretti, Manuel Camacho, Eva Kuen
Fotografia: Oscar Duran, Otmar Penker
Scenografia: Thomas Vogel
Costumi: Brigitta Fink
Montaggio: Karin Hartusch
Musiche: Sarah Class
Produzione: Terra Mater Factual Studio
Distribuzione: Adler Entertainment
Paese d’origine: Austria, Spagna
Durata: 98′

 

Un aquilotto ancora in fasce, scacciato subdolamente dal nido dal fratello al termine di un combattimento che, in ossequio ai dettami del “Cainismo”, sembra aver stabilito definitivamente chi tra loro e’ destinato a soccombere e chi a sopravvivere, viene salvato da una morte certa dal giovane Lukas, un ragazzino dolce ed introverso che ha perduto la madre da poco e che ha un pessimo rapporto con il padre, cacciatore senza scrupoli. Insieme sapranno ricominciare a volare traendo forza e coraggio l’uno dall’altro.
Innocua favola ecologica per famiglie patrocinata dal WWF e presentata in anteprima al Giffoni Film Festival, lodevole nei propositi, ma farraginosa nella realizzazione ed eccessivamente programmatica nel perseguimento di una morale troppo sottolineata da un’ irritante voce fuori campo. E’ arduo appassionarsi alle due vicende parallele di abbandono e rinascita che non si integrano sufficientemente l’una nell’altra, oltretutto penalizzate da vistose cadute di ritmo (ora troppo contratto ora troppo dilatato) e da un cast infelice costituito da interpreti legnosi e titubanti che si sfiorano amorevolmente, senza prevaricazioni, come in una recita parrocchiale, che non mettono mai alcun pathos nelle battute che stanno pronunciando (la Palma del piu’ imbambolato va all’ex commissario Moser, Tobias Moretti) e che vengono lasciati allo stato brado con la regia tutta presa ad ammirare i panorami innevati del pur meraviglioso Parco Nazionale degli Alti Tauri, restituiti puntualmente in formato cartolina ed occupata unicamente a sorvegliare l’aquilotto spodestato dal suo trono, inibita dall’affannoso timore di perderne i piu’ piccoli movimenti, dimenticandosi completamente di tutto il resto. Non a caso le scene piu’ strazianti del film (magistrale quella in cui Abel tenta di catturare un’alce), alle quali si partecipa con sincero accoramento, sono quelle che coinvolgono unicamente gli animali. Tanto valeva girare unicamente un documentario naturalistico, peraltro realizzato con tecniche innovative davvero sorprendenti (microtelecamere ad alta risoluzione costruite ad hoc per adattarsi alle dimensioni della testa di un’aquila ed offrire il punto di vista del rapace, veicoli aerei ultraleggeri dotati di un sistema di telecamere Cineflex che, discretamente, hanno seguito da vicino i maestosi volatili fin nelle zone piu’ impervie dei massicci montuosi), ma che, nonostante la pazienza e l’impegno profusi nella loro progettazione e realizzazione, mantengono freddamente lo spettatore ad una distanza emotiva troppo grande, quasi gli animali e la Natura nel suo complesso avvertissero intorno a loro una presenza sempre estranea ed invariabilmente pericolosa che, cautamente, non vogliono far avvicinare troppo.

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