Archivio film Cinema News — 25 marzo 2017

“Senza storia, senza igiene, senza pedagogia, cinema-meraviglia, l’uomo briciola per briciola”.

Questa citazione in apertura di Jean Epstein, tratta da un suo testo come Bonjour cinéma , sintetizza appieno la cosmogonia degli invisibili, che innerva il docfilm di Corrado Franco, entrato nella cinquina dei Nastri d’argento. La sua mdp segue tramite delle interviste ai protagonisti, fissate in inesorabili primi piani, le loro storie personali, le strategie per sopravvivere, la perdita del lavoro e il rapporto con Dio, soprattutto negli interni dell’ospedale, dove dormono. Alcuni loro sono volti familiari ai passanti torinesi.Un mosaico di situazioni che suscitano sdegno e insieme compassione umana, sovrastate da un bianco e nero ad alto tasso emotivo. Franco ha il coraggio come pochi altri registi italiani di intraprendere un viaggio nella potenza metaforica di chi vive a margini della società, durante un periodo in cui i mali del Belpaese, vengono tradotti in immagini dal nostro cinema soprattutto dalla satira del cinema comico o dal documentarismo modaiolo. Tuttavia non c’è nessuna intenzione ricattatoria da parte del regista torinese ma l’intento è quello di mettere in scena un kammerspiel per i marginali, un tracciato fra cronaca e confessione degli ultimi, che non s’inalberano, per la loro condizione ma accettano più o meno passivamente la loro indigenza, neutralizzando così i facili patetismi, lasciando volutamente il volontariato fuori campo e utilizzando le interviste, per orientarsi sulle cause di tanta sofferenza, che li ha intrappolati in una strada apparentemente senza uscita. L’entropia umana avvolge questi attori improvvisati con penetrante intensità e Franco ce la restituisce attraverso modalità come il controllo formale,  la captazione del mistero, l’apertura all’accidentale, la vocazione alla spontaneità, che poi sono i caratteri peculiari anche delle opere precedenti del regista torinese. La mancanza di tutto (affetti compresi) corrode le menti ma non iberna i cuori dei protagonisti, come succede in tanto cinema contemporaneo. Si mettono a nudo di fronte alla mdp, riflettono sull’intervento divino, esplicitando la loro totale estraneità al mondo che popolano. La perdita dell’impiego, racimolare qualche soldo con lavoretti saltuari, passare nottate negli atri ospedalieri, non è uno spoiler ma si configura come vigoroso docfilm, capace di trasfigurarsi nell’epos nuovo dell’impegno civile, che nell’audiovisivo nasce anche da qui. Gli invisibili non chiedono nulla: se soffrono, soffrono fieri e spesso la macchina mediatica li trascura, fatta eccezione per le trasmissioni ricattatorie e di regime programmate su Mediaset. Franco ottunde l’andamento drammatico, esclude il buonismo della generosità studiata a tavolino e della Caritas, scegliendo semmai un cinema quasi dreyeriano, per raccontarne intimamente la tragedia, lavorando visceralmente sui monologhi dei senzatetto. Cinema umanista, che sa farsi territorio di compassione, rivendicando al mondo l’esistenza e l’operosità dei tasselli di un’umanità, che vive un dramma sommesso.

E se è vero che i populisti spesso “sfondano” il rumore della copertura di notizie ventiquattro ore su ventiquattro con le loro manifestazioni eclatanti, questo documentario vale più di mille pistolotti. Toccherà ora ad educatori e sociologi esperti porsi domande sulla questione.

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