Archivio film Cinema News — 11 novembre 2015

DATA USCITA: 05 novembre 2015
GENERE: drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Claudio Cupellini
ATTORI: Elio Germano, Astrid Berges-Frisbey, Valerio Binasco, Marco D’Amore, Elena Radonicich, Roschdy Zem, Paolo Pierobon, Pino Colizzi, Antoine Oppenheim
SCENEGGIATURA: Claudio Cupellini, Filippo Gravino, Guido Iuculano
FOTOGRAFIA: Gergely Pohárnok
MONTAGGIO: Giuseppe Trepiccione
MUSICHE: Pasquale Catalano
PRODUZIONE: Indiana Production Company, con Rai Cinema in coproduzione con la francese 247 Films.
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
PAESE: Italia, Francia
DURATA: 125 Min

Senza logica e senza pietà. Gli incontri, gli abbagli, gli sguardi dettano le vicissitudini di una vita. La razionalità implora invano la volontà, costretta a inchinarsi infine al sentimento. Sola, regna l’emozione nel quotidiano crocevia di chi non ha nulla da perdere e tutto da rischiare. Amarsi fino a distruggersi, legarsi fino a perdersi è l’unico premio di una fuga verso un’Alaska che forse non raggiungeremo mai. Dopo il successo della serie Gomorra e i primi due lungometraggi, Lezioni di cioccolato e Una vita tranquilla, Claudio Cupellini realizza il suo terzo e più completo film, presentato alla Festa del Cinema di Roma.
Si conoscono sul tetto di un grande albergo di Parigi e subito si riconoscono, fragili, soli, sradicati. Non possiedono altro se non loro stessi. Fausto (Elio Germano), sfrontato e impulsivo cameriere italiano che sogna di diventare maître, Nadine (Astrid Berges-Frisbey), francese di provincia appena scappata da una selezione per modelle, imbronciata e vestita di soli slip e giacca a vento. Ai loro piedi, il fermento della capitale dove cercar fortuna, nei loro occhi, sogni e ambizioni dei vent’anni. In uno slancio di cavalleria, Fausto invita Nadine a visitare la più prestigiosa suite dell’albergo dove lavora che gli costerà ben più di 15 mila euro a notte. La denuncia del cliente che trova i due nella sua camera darà inizio a una roulette di perdite e vittorie, un saliscendi di fortune e precipizi. Così, mentre lui è costretto a scontare due anni di prigione, lei supera il provino da modella secondo uno schema altalenante e regolarmente incline a rovesciare la felicità dell’uno nella maledizione dell’altro. “È strano, le cose sembrano andare bene a me perché vanno male a te”, dice Nadine quando va a trovare Fausto in carcere.
Anime affini e allo stesso tempo opposte. Entrambi fragili ma determinati nella loro febbrile ricerca di un’affermazione sociale per cui sono disposti a tutto, pur di andare sempre avanti e verso il meglio, senza accontentarsi mai. In fuga da qualcosa e verso qualcosa, flirtano con il crimine, si innamorano del rischio, i due Bonnie and Clyde contemporanei sfidano la vita che li porta a separarsi. Il furto di 30 mila euro di lui, il tradimento di lei portano all’esasperazione la loro solitudine, polarizzando lei in una passiva fragilità, lui in una istintività cieca e assoluta. Eppure l’irresistibile attrazione, l’amore viscerale li ricongiunge anche quando sembrano più lontani. Fedeli anche nell’infedeltà, la loro felicità sembra dover passare per altro e altri prima di trionfare nell’inattesa dolcezza dell’ultima scena, che ribalta ulteriormente la narrazione. La felicità rabbiosamente inseguita si rivela essere infine ai loro occhi, non l’arricchimento materiale ma l’autenticità del sentimento da preservare.
Una narrazione densa di eventi che si concentra sull’essenziale e si nutre di costanti colpi di scena, ben inquadrata in una attenta sceneggiatura, firmata dal regista insieme a Filippo Gravino e Guido Iuculano, nonché una brillante recitazione. Se la sirena dei Pirati dei Caraibi, catalana di madre americana, si dimostra una talentuosa promessa, Elio Germano si conferma una certezza. Sembra davvero essere stato ritagliato sull’attore romano, Il Fausto di Cupellini che subito ci fa credere al personaggio più di quanto possiamo credere alla storia.
Una messa in scena poco verosimile e alquanto improbabile, che somiglia più all’epica del cinema che alla vita vera, portando costantemente la storia all’eccesso per poter vedere meglio, come attraverso una lente d’ingrandimento, il mondo in cui viviamo. Alaska è una storia di grandi eventi e clamorosi ribaltamenti, di forsennati inseguimenti e repentini cambiamenti, una storia ad alta intensità che lascia gli spettatori, esausti, uscire di sala con l’affanno. Pur non essendo un film d’azione, l’opera di Cupellini prende in prestito l’impianto del cinema d’avventura e fa del mélo il suo registro linguistico combinando generi e stili in un’opera nuova e più libera rispetto al cinema italiano contemporaneo. In bilico tra romanzo di formazione e avventura picaresca, il dramma assume le tinte forti del thriller, ammicca al cinico esistenzialismo delle conversazioni in stile Truffaut di La mia droga si chiama Julie, riecheggia quel sottomondo di “pickpockets”, efferati crimini e amori brucianti del cinema americano della generazione arrabbiata degli anni ’70, da Brian De Palma a Martin Scorsese a Terrence Malick. Tra arie d’opera e brani indie rock, è invece nella ballata “Tangled up in blue” di Bob Dylan che Cupellini afferma di trovare il giusto ritmo e la sua ispirazione.
In Alaska tutto si tiene con buon gusto e una solida regia che crea e poi scompare. Cupellini dà vita ai personaggi e li scaraventa nella storia, guardandoli da lontano destreggiarsi tra le vicende, stupefatto quasi quanto il pubblico. Fa e disfa nuclei narrativi secondo un’apparente casualità, uccide personaggi come fosse niente, distrugge affetti senza troppi convenevoli. Funzionali sono le storie e i personaggi secondari, come quello di Valerio Binasco, ideatore della discoteca Alaska, a mettere in risalto la narrazione centrale, una vertigine senza fine in cui l’italiano e il francese si confondono in un’unica lingua che trova nell’iperbole la sua espressione. In un vortice inarrestabile che ruota su se stesso senza però mai ripetersi, la conclusione della storia sembra riportarci all’inizio del film, chiudendo così il cerchio narrativo. La situazione invece si rovescia e gli sguardi di Fausto e Nadine non si posano più, ambiziosi, sui tetti di Parigi ma si incontrano gli uni negli altri. La parola gridata lascia il posto a un dolce sussurro. L’Alaska forse è più vicina di quel che si pensi, se si ha il coraggio di scambiarsi promesse di matrimonio in carcere. “Tutti la chiamano Alaska”, riecheggia il brano dei Velvet Underground da cui il film prende il nome, “la gente chiede è bella o brutta”, l’Alaska? “It’s all in her mind”.

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