News Registi — 18 ottobre 2012

Il cinema, come sappiamo, si rivela come un ” dispositivo” capace di rappresentare la realtà nella sua evidenza e concretezza. Il regista nelle proprie opere riflette la vita attraverso una sua percezione personale e proprio per questo è in grado di cogliere i più diversi aspetti della realtà. Alejandro Gonzalez Iñarritu rappresenta la vita attraverso l'”orrore”. Una visione torbida, osservata dagli angoli di una metropoli, una verità che conosciamo, interpretata da personaggi sommersi da una devastante fisicità della sofferenza eppure capaci di sollevare lo sguardo al di sopra della miseria e dell’orrore del quotidiano. Il regista Messicano sviluppa la narrazione in modo sublime, ed è bravo a non fare scivolare mai le proprie vicende verso quel qualunquismo moralista, intrecciando storie, come capelli crespi, in un contesto fetido e teoricamente offensivo allo sguardo. La macchina da presa di Iñarritu è un occhio puro, instancabile, che riprende ogni angolo di “Inferno”, rappresentato da persone deboli, sommerse da problemi di ogni tipo. E con loro si commuove, soffre e si rialza, diventa complice di una verità tangibile troppo spesso abbandonata, e lasciata morire insieme a tutti i pensieri spiacevoli.
Alejandro Gonzalez Iñarritu nasce a Città del Messico nel 1963. Inizia la sua carriera come deejay nella “Wfm”, una delle più famose emittenti radiofoniche messicane. Contemporaneamente cominciava i suoi studi di regia e recitazione. Nel 1990, lavorando per “Televisa”, è diventato uno dei giovani produttori messicani. In seguito ha fondato la “Zeta Films”, sua casa di produzione, per la quale ha scritto e diretto numerosi filmati pubblicitari. Il suo primo mediometraggio di finzione, “Detrás del dinero”, è stato prodotto nel 1995 per televisa, con Miguel Bosé nel ruolo del protagonista.
In questi anni, cercando buone storie per quello che pensava dovesse essere il suo cinema, Iñarritu legge decine di copioni e si imbatte, quasi per caso, nello sceneggiatore Guillermo Arriaga, progettando poi con lui undici cortometraggi per descrivere la contraddittoria natura di Città del Messico. Dopo tre anni di lavoro i due decidono di concentrarsi solo su tre di queste storie, sviluppandole. È nato così “Amores perros”, uno dei lungometraggi più apprezzati nel 2000 a Cannes, dove ha ricevuto il premio come miglior film della sezione “Settimana della critica”. Amores perros descrive, con un ritmo incalzante, il Messico come una terra di contrasti e contraddizioni violente,un thriller a sfondo sociale, un film sanguinoso e carico di tensione. Amores perros è una pellicola intensa e feroce, che riesce ad armonizzare episodi a prima vista eterogenei pur narrandoli con stili toni e tempi propri.
Il successo e la considerazione che questo film riesce a raccogliere fanno sì che le porte di Hollywood si spalanchino in modo definitivo per Alejandro. Sempre con il fido Arriaga scrive allora “21 Grammi- Il peso dell’ anima”, girato in inglese con Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts.
Nel 2006 gira il suo capolavoro “Babel”, con cui si chiude un’ideale trilogia sul tema della morte. Babel entra nella rosa dei candidati a miglior film dell’ anno dall’Academy e dai BAFTA; ottiene il David Lean Award e la Palma d’Oro a Cannes per la regia.
Dopo un forte litigio con Arriaga, Iñarritu nel 2010 gira il suo primo film senza il fido sceneggiatore; “Biutiful” all’ interno del quale descrive una Barcellona lontanissima dall’immagine turistica e da cartolina che le viene spesso stampata addosso, una Barcellona devastata dalla sporcizia, dalla miseria, dalla speculazione edilizia, dall’accavallarsi di anime e corpi in due quartieri dormitorio orrendi, Santa Coloma e Badalona, con qualche fugace passaggio sulle Ramblas dei senegalesi venditori di false firme. Nel film si sente molto la mancanza di Arriaga, ma nonostante questo il film viene candidato all’oscar come miglior film straniero.

Luca Fiorini

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