Archivio film Cinema News — 09 gennaio 2014

Per affrontare l’Oceano Indiano bisogna essere preprati specie se si veleggia verso la boa degli 80 anni.
Robert Redford non se ne cura e partecipa come unico attore ad un film molto classico nell’impianto drammaturgico, che può ricordare il romanzo “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway. Sicchè il divo liberal non si preoccupa solo di recitare ma da lupo di mare in piena regola traccia rotte o prevede la potenza dei venti per fronteggiare eventuali tempeste marine. Insomma roba da professionisti.Solo che il suo uomo senza nome nel film non è come Bruce Chatwin che nel libro “In Patagonia” si accingeva ad esplorare un lembo di terra.Qui è tutto open water, mare aperto, dove il nostro eroe senza passato e dal futuro incerto ingaggia un duello impari e incessante con il regno di Poseidone. Ma attenzione Chandor non è interessato all’epica del naufrago come il prode Ulisse e al suo nostos,quanto piuttosto a un racconto degno del capitano Cook dove la lotta per la sopravvivenza rende scaltro anche il più sprovveduto. Man mano che la narrazione filmica procede l’atmosfera e non solo per le condizioni meteo si fa sempre più elettrizzante!Un climax narrativo che vede l’imbarcazione di Redford riempirsi d’acqua dopo una tempesta e ridurre ai minimi storici i dialoghi, infatti il nostro marinaio proferisce parola solo quando lancia un SOS alla radio,che resta inascoltato. Una vera e propria soggettiva della percezione quella costruita da Chandor, in cui il silenzio assoluto e inquietante del mare soverchia l’individuo nella sua solitudine.
Mentre il cielo si riempie di nuvole e e le acque diventano sempre più scure senza che regista e montatore ricorrano ad aberranti effetti digitali ma piuttosto su una fotografia dai toni chiaroscurali.
L’altro attore insieme a Redford è solo l’acqua, elemento naturale che lo circonda maestoso, illuminato dalla luce obliqua dell’alba, mentre intorno regna il nulla. Una diegesi classica e insieme anacronistica nel cinema da multiplex dei nostri tempi, presentata in anteprima italiana al Torinofilmfestival 2013 , che riduce il rollio del cinema avventuroso sui mari, permettendoci di prendere l’onda di prua dell’individualismo puro. E bisogna tenere presente che nel cinema come nella navigazione non esistono posti facili o difficili da affrontare: il livello di attenzione del regista deve essere alto, anche quando si percorrono rotte conosciute.

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