Cinema News — 01 luglio 2013

Archiviata la Seconda Guerra Mondiale, terribile e devastatrice come era stata, tutto doveva essere ricostruito. Compreso l’immaginario dei più piccoli, di cui – persino in quell’epoca così buia – ben se ne riconosceva l’importanza. Più difficile, però, capire come forgiarlo anche se era opinione abbastanza diffusa che il cinema – o meglio, il cinematografo – potesse essere un valido strumento in questo senso. A patto, però, che esso sapesse veicolare valori e sentimenti positivi ed educativi (così da poter sostituire o quantomeno affiancare istituzioni educative più tradizionali come la scuola e la famiglia), ben lontani quindi da pellicole molto in voga in quel periodo, come per esempio tutte quelle riconducibili al filone western. Da qui l’esigenza di confezionare pellicole “su misura per un piede più piccolo di un piede adulto”, come testimonia ora un meticoloso saggio edito da Eum (Edizioni Università di Macerata), All’ombra del proiettore. Il cinema per ragazzi nell’Italia del dopoguerra (pp. 427, € 22). Come infatti sottolinea l’autore (quel Davide Boero che già avevamo apprezzato per i volumi Letteratura per l’infanzia in cento film e Chitarre e lucchetti. Il cinema adolescente da Morandi a Moccia, pubblicati entrambi da Le Mani), fino ai primi anni Sessanta il cinema per ragazzi ha rappresentato una sorta di terreno di scontro tra chi era contro e chi invece a favore. E in questo senso, furono risolutive l’istituzione dei cineclub e l’educazione alla visione dei film da parte della scuola. Bei tempi, quelli…

Erica Re


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