Cinema News — 23 ottobre 2012

TITOLO: American History X

ANNO: 1998, USA

DURATA: 118 min.

GENERE: Drammatico

REGIA: Tony Kaye

CAST: Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D’Angelo, Ethan Suplee

TRAMA: Gonfio di rabbia e violenza, Derek Vinyard (Edward Norton), leader di un gruppo di naziskin americani, viene mandato in galera a seguito di un omicidio. Un calvario da cui esce cambiato, guarito e redento. Ora lo aspetta il compito più difficile, salvare dal suo stesso destino il fratello minore Danny (Edward Furlong), cresciuto nel suo mito e con il desiderio di emularlo. Ma in certi quartieri, in certe città, la salvezza è impossibile.

RECENSIONE: Da quando sono venuto a conoscenza di questo film ho sempre e solo sentito frasi di accompagnamento del tipo “la pellicola è un manifesto contro l’odio razziale”, “il messaggio del film è che l’odio porta solo altro odio”. Sarà anche giusto. Ma Tony Kaye per raccontare la tensione sociale e razziale negli Stati Uniti tocca decine di temi “accessori” che in realtà accessori non sono, e che quindi rendono i giudizi sopra esposti quantomeno affrettati e superficiali. La storia di Derek è la storia di chi si trova a vivere diverse situazioni in prima persona, che, come tutte le situazioni, provocano in lui delle reazioni, dapprima emotive, che vanno poco a poco a consolidarsi. Derek, mostrato nelle scene prima della morte del padre, è un ragazzo come tanti, spensierato e insicuro, sveglio e bravo a scuola, piuttosto lontano dalla politica e dai temi sociali. Seppur lo stesso padre nutra sentimenti nazionalisti e razzisti quello che Derek vede in lui è un onesto servitore dello Stato.

La morte del padre, avvenuta a seguito di una sparatoria in un quartiere popolare abitato prevalentemente da persone di colore e immigrati clandestini, è il primo vero segnale di svolta nella sua vita. Il tema dell’immigrazione e dell’integrazione razziale a questo punto lo interessa personalmente, visto che è proprio l’immigrazione il processo indirettamente responsabile della morte prematura del genitore. Le motivazioni personali sono da sempre quelle più forti, e Cameron Alexander sa bene che un giovane reso instabile da un lutto traumatico può essere manipolato piuttosto facilmente. Derek consacra se stesso agli ideali che il padre aveva cercato di trasmettergli senza molti risultati, fino a quel momento. Testa rasata, rune e svastiche tatuate sul corpo, fisico atletico e carisma del leader, il giovane insicuro si trasforma nel leader di un movimento naziskin. La rabbia che cova dentro di sé diventa insofferenza sociale, e il forte incremento numerico delle comunità ispaniche e afroamericane fa sì che Derek veda il nemico da combattere ovunque. La partita di basket tra bianchi e neri per il predominio del territorio è emblematica, ma le dinamiche che si innescano in un clima dove anche una vittoria a pallacanestro viene scambiata per un tentativo di sopraffazione sono pericolose. Due degli sconfitti tentano, per vendetta, di derubare Derek della macchina regalatagli dall’adorato padre e farsi giustizia da solo gli sembra il modo più appropriato per difendere la propria identità. La scena nella quale Derek si inginocchia sull’asfalto su ordine dei poliziotti, dopo aver ucciso i due malfattori è da storia del cinema. Personalmente dopo aver visto Norton con gli occhi spiritati e il ghigno sardonico e sfrontato che si trasforma in una maschera di rabbia ho faticato non poco a cancellare dal suo viso la figura di Derek.

Il secondo cambiamento che subisce in prigione avviene sulla falsariga del primo. L’ipocrisia che si consuma di fronte ai suoi occhi quando si accorge che le persone che dovrebbero condividere i suoi ideali in realtà si vendono per qualche dollaro lo porta ad inimicarsi proprio coloro che avrebbero dovuto proteggerlo. Ma questo, paradossalmente, sta a significare che la sua devozione per l’ideologia nazista non è altro che cieca, e che le basi sulle quali si fonda sono instabili. Dopo lo stupro subito in prigione Derek si ritrova nuovamente scosso e confuso, impotente e abbandonato a se stesso. Il dr. Sweeney è l’alter ego di Cameron Alexander. Approfitta della situazione di Derek per portarlo sulla “retta via”, la quale però, proprio come quella dell’intolleranza, gli viene “imposta” da dei fattori emotivi che lo fanno da padrone. Con l’animo a pezzi e immerso tra i nemici, Derek ha l’istinto di cercare intorno a sé una figura amica, sia esso Sweeney o il ragazzo di colore che lavora con lui in lavanderia.

La storia di Danny non è molto dissimile da quella di Derek. Anche lui subisce parecchio la figura del fratello maggiore, diventato l’esempio da seguire una volta venuto a mancare il padre, e anche lui in questa sofferenza, che somiglia quasi ad un complesso di inferiorità, si fa attrarre dal mondo dei naziskin nel tentativo di emulare Derek. La sua conversione non avviene infatti a seguito di un trauma vissuto direttamente, bensì in base al racconto di ciò che Derek aveva passato in prigione, tanto basta per fargli cambiare una strada che, evidentemente, non gli forniva alcuna certezza.

Il finale è di quelli che lasciano un senso di inquietitudine immenso. L’interpretazione secondo la quale l’odio porta solo altro odio e tutti devono vivere felici e contenti come fossero tutti fratelli sembra forzata, tant’è che la scena finale dopo il tramonto con le parole di Danny in sottofondo, nella quale Derek, dopo l’ennesimo trauma personale subito, torna a casa e si rasa i capelli davanti allo specchio pronto a guidare di nuovo i naziskin, viene tagliata di proposito. Inserendo quella scena, il significato che ne esce fuori è che l’intolleranza razziale è un fattore concreto e reale che non può venire estirpato solo da vicende del tutto personali. Cercare di capire chi tra i bianchi naziskin e le gang di neri abbia iniziato per primo a manifestare sentimenti intolleranti è un po’ come cercare di risolvere l’eterno dilemma se sia nato prima l’uovo o la gallina. Infatti il punto è un altro. La storia raccontata nel film è la storia di due ragazzi, immersi in una società multiculturale ma che non è pronta per esserlo, che a causa di fattori imponderabili prendono delle strade “forzate”. L’organizzazione dello stato sociale, la gestione dell’immigrazione clandestina, l’educazione scolastica incarnata da Sweeney e lo stesso odio razziale non sono che un contorno.

La regia di Kaye è comunque superba, la sceneggiatura sostiene questa tesi visto che i temi sociali vengono approfonditi poco e mostrati nelle situazioni in cui si vuole giustificare il cambiamento dell’orientamento di uno dei personaggi, l’alternanza tra i flashback e il presente incuriosisce sempre di più e le scene chiave sono girate in modo da risultare indimenticabili. Il film nel complesso sfiora il capolavoro.

FRASE: Non ci mise molto Derek a farsi un nome, e Cameron sapeva esattamente come usarlo. Mandò Derek dai ragazzi, da quei poveri frustrati, da tutti quelli che erano stanchi di prendere calci nel culo da bande di neri e messicani. Non essere un teppista qualunque, diventa parte di qualcosa.

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 8,5

Daniele Dell’Orco

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