Cinema News — 03 novembre 2012

TITOLO: Amour

ANNO: 2012, Francia, Austria, Germania

DURATA: 125 min.

GENERE: Drammatico

REGIA: Michael Haneke

CAST:  Isabelle HuppertJean-Louis TrintignantEmmanuelle RivaRita BlancoLaurent Capelluto

TRAMA: Anne e Georges sono un’anziana coppia di docenti di musica in pensione.

Quando lei si ammala gravemente, lui la assisterà amorevolmente e morbosamente, rifiutando l’aiuto della figlia Eva e dell’infermiera con conseguenze tragiche

RECENSIONE: Se adori il cinema d’autore e non hai visto i film di Jean- Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva inginocchiati e chiedi perdono. E come intendersene di Patrice Leconte, senza aver mai visto i film della nouvelle vague. Ecco quindi questo film di Michael Haneke, visto al torinese Eliseo Grande, per espiare. Si tratta di una perfetta macchina attoriale, premiata a Cannes 2012, con centoventi minuti di cinema a regola d’arte, senza sbavature di recitazione appunto in quanto basata su quella magica sottrazione, di cui sono capaci solo interpreti come i tre mostri sacri coinvolti, inquadrature fuori posto e basate su piani sequenza di almeno 10-15 minuti, secondo il linguaggio rigoroso a cui ci ha abituato, come è noto, l’autore austriaco. C’è lo sguardo sul cinema francese più intimista e da camera alla Claude Sautet e il suddetto Leconte e la sua tradizione. insieme alla claustrofobia raggelante dell’autore austriaco La media è insomma altissima. Detto questo, dentro Amour c’è tutto il cinema di Haneke e basterebbero i gelidi incipit ed epilogo a confermarcelo. Qui tuttavia esplode più che nelle opere precedenti la consapevolezza prodigiosa di un regista, che domina il materiale narrativo e gli attori da sogno (e non è poco), facendo di necessità virtù. Il suo occhio stavolta diventa dunque epifania perturbante della quotidianità e della vecchiaia, creando una cristallizzazione della violenza anche all’interno di una relazione, che gli anni sembravano aver cementato. E’ commovente come Georges accudisce l’amata Anne, che nel corso della narrazione diventa progressivamente un vegetale, ma è anche straziante e orrorifico il suo dominio assoluto e votato alla cocciutaggine peculiare nella senilità su una situazione, che pare ingestibile da subito e sfocia nella piccola violenza dello schiaffo, quando lei non è più in grado di bere. Rispetto agli inferni domestici di Benny’s Video, Funny Games e La pianista, la componente autodistruttiva non gioca sui registri del paradosso, dell’eccesso, del surrealismo (a parte l’incubo del protagonista con l’appartamento allagato e la mano di lei sulle labbra più l’invadenza del piccione come animale simbolico della pace) e dello shock visivo, quanto piuttosto su un realismo documentario e un uso sapiente del flashback, che non diventa mai mero esercizio stilistico. Oggi Haneke e non solo per i premi vinti, è uno dei registi più interessanti dl panorama europeo e di sicuro è quello che sa padroneggiare meglio le regola della morte e le regole di genere, trasformandole in materia di lettura sociale. Tutti i passaggi che vuole disporre sincronicamente, sono i passaggi di un’evoluzione diacronica. La trama in fondo è poco importante:quello che conta è come il regista concilia amore e odio, come campiture uniformi di uno smaccato melodramma, intrinseco alla vita matrimoniale.

FRASE: “Ho ancora tante storie da raccontarti”

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 9

Fabio Zanello

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