Archivio film Cinema News — 05 novembre 2018

Oggi, forse, lo sguardo non necessita più di apocalittiche certezze, ma di lente attese verso uno smarrimento del probabile.

Quasi ogni immagine porta in sè disordine e distruzione(sociale, politica, umana, etica), fluttuando dagli schermi (smartphone, tablet, pc) verso la consapevolezza scopica di un’umanità sempre più apoditticamente piegata alla sconfitta e alla fine di ogni speranza.

La terra di mezzo del probabile, dell’attesa eterna verso un possibile che non arriva ma lo si aspetta, si pone scivolosamente tra la certezza dello sfacelo e il crogiolarsi in un fasullo benessere.

L’opera unica di Hu Bo, morto suicida a soli 29 anni, è il tentativo di creare un movimento immobile verso una stabilità  a cui, forse, non si giungerà mai.

In An Elephant Sitting Still, come recita il titolo, l’elefante che siede statico rappresenta la certezza da raggiungere, una pace dei sensi che sta li immobile e l’umanità vive nel tentativo di poterlo incontrare.

Un film al contempo genesi e testamento, documento di una Cina ridotta a brandelli di case, animali e persone, non tanto un film sulla condizione sociale quanto su quella umana in cui(cito dal film) la vita è una discarica di rifiuti che giorno dopo giorno si accumulano.

Questo accumularsi di giorni marcescenti è un’attesa intrisa di dialoghi e bulimia alimentare, che scorre nei corpi dei protagonisti.

Il cibo è solo sporca materia da ingollare compulsivamente, e i legami umani, anche quelli più apparentemente profondi, nascondono la bugia e il tradimento,che possono sfociare nella vergogna e nel suicidio.

In quasi quattro ore di durata si assiste ad una stasi fluviale che stringe i protagonisti in inquadrature ravvicinate, spesso di tre quarti o con dettagli sulla nuca, scomponendo l’armonia dell’individuo in monconi, in avanzi di umanità distrutta.

E’ in questa umanità a brandelli che Hu Bo si incarna aderendo fisicamente ai suoi personaggi, senza però alcuna concessione al pathos ma trafiggendo con la m.d.p. queste coscienze fluttuanti nella polvere del tempo.

L’elefante perennemente seduto in questo circo di Manzhouli in Manciuria, diventa lo spettro mitopoietico della condizione umana, quasi in antitesi con la balena presente in Le armonie di Werckmeister di Bela Tarr.

Se il cetaceo era un monstrum portatore di desolazione, l’elefante è una sorta di Ganesh, di zenith della felicità che per lo sguardo straziato di Bo resterà vana utopia.

Oltre il realismo di Zhangke(che in Still Life si concedeva qualche picco surreale), Hu Bo ci pone di fronte ad un cinema che è pura e semplice rappresentazione del nulla, in cui il profilmico appanna la propria funzione attanziale per farsi isolamento scenico, vuoto narrativo, frammento
di una visione perduta.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma

Voto: 9

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