Archivio film Cinema Eventi News — 28 Febbraio 2020

Se questa è l’ultima edizione alla guida di Emanuela Martini, che ha ceduto il posto a Stefano Francia di Celle, anche i vertici del Museo stesso del cinema sono stati rivoluzionati con le nomine di Enzo Ghigo a  presidente e Domenico De Gaetano a direttore  e nonostante i contributi da parte delle istituzioni hanno continuato ad essere quello che sono, il festival torinese stavolta ha parzialmente zittito i piagnoni invocanti le star da tappeto rosso e da circolo mediatico, disperatamente agognati nel passato. Fin dall’ immagine esibita eloquentemente sul manifesto Barbara Steele è stata la diva indiscussa dell’edizione numero 37. Diva di nicchia sicuramente ma anche l’unica delle leggende del cinema horror classico ancora in vita,  quanto basta insomma per appagare anche i cinefili più scaltri, che la ricordano  per i suoi trascorsi con registi come Basil Dearden, Federico Fellini, Luciano Salce e Volker Schlöndorff, tanto per citarne alcuni. E che dire del guest director Carlo Verdone che ha sfoggiato le sue passioni cinefile, opzionando per la proiezione su grande schermo film come Ordet di Dreyer, Buon compleanno Mr.Grape di Lasse Hallström e Oltre il giardino di Hal Ashby? Ma nessun festival dovrebbe articolarsi solo sul divismo e concretamente qual’è stata la proposta messa in atto dell’ultimo palinsesto dell’era Martini? Nel complesso si è percepita un’atmosfera di formula assai rodata dallo staff, che ha puntato prima di tutto  su film magnificati meritamente da critica e pubblico come Synonymes di Nadav Lapid, già Orso d’Oro al 69º Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che racconta la fuga autobiografica dell’israeliano Yoav, per esplicitare lo smarrimento ideologico ed esistenziale di chi non ha ancora superato i traumi della diaspora ebraica. Oppure Liberté, opera maestra  di Albert Serra, dalla struttura visiva fondata su tableaux vivants, per impaginare  un’inno alla libertà sessuale dopo le costrizioni imposte da Luigi XVI, dove coesistono pittura, cinema e teatro. E ancora Vitalina Varela di Pedro Costa, culmine dell’anti-narrazione e del piano sequenza fluviale , dove la scarsa luminosità insita nel filmico e profilmico, è il correlativo oggettivo della condizione disperata dei protagonisti. Non è mancata neanche quest’anno l’incursione  nell’horror vecchio e nuovo tramite la solita maratona del sabato notte, dove il rutilante videogioco Guns Akimbo di Jason Lei Howden (Deathgasm) e The Lodge di Veronika Franz e Severin Fiala hanno inscenato una convivenza fra le tracce narrative dell’era digitale e della famiglia disfunzionale, per illustrare  sguardi dimetralmente opposti sul genere. L’horror classico è pure l’architrave della corposa retrospettiva Si può fare!, un contenitore di visioni,  che oltre a riproporre le pietre miliari di Wiene, Browning, Clayton, Corman, Castle, Whale, Fisher, Franju, Tourneur, Ward Baker e dei nostri Mario Bava e Riccardo Freda, è stata il pretesto per tratteggiare un’analisi filmica di gioielli ritrovati come lo psichedelico The Sorcerers dello sventurato Michael Reeves e Oasis of the Zombies di John Gilling. La selezione delle opere nel concorso è stata diversificata e plurilinguistica: dall’utopia libertaria di volare dal nord-est al cosmo de Il grande passo di Antonio Padovan con la coppia Giuseppe Battiston/Stefano Fresi, riuniti qua anche per esorcizzare una rassomiglianza fisica capace di confondere il pubblico, alla sorpresa iberica di El Hoyo di Galder Gatzelu-Urrutia,  fantascienza grottesca sul consumismo e totalitarismo, avvolta nella patina del prison movie, dalla dissezione della famiglia del cileno Algunas Bestias di Jorge Riquelme Serrano alla precarietà lavorativa del taiwanese Ohong Village di Lungyin Lim, dal dramma bellico con slanci di emancipazione femminile di Dylda di Kantemir Balagov, allievo di Sokurov, al travolgente Raf di Harry Cepka, futuro cult per come affronta l’identità gender senza proclami ma con indubbia onestà di fondo.

Fra i cosiddetti film evento in anteprima nazionale la palma spetta a Jojo Rabbit di Taika Waititi, autore lanciato qualche anno fa proprio dal TFF con la programmazione di What we do in the Shadows?, opera già recensita su questa webzine da Giorgio Mazzola,al thriller psicologico L’inganno perfetto di Bill Condon con i  mostri sacri Helen Mirren e Ian Mc Kellen pronti ad amarsi e odiarsi in nome di passate rivalse, al rumeno La Gomera di Corneliu Porumboiu, crossover di generi gestito brillantemente con la dark lady Catrinel Marlon ,al vivace Cena con delitto – Knives Out di Rian Johnson, ritorno convincente alle trame gialle stile Agatha Christie,anch’esso recensito dalla  nostra Elisa Torsiello,a Lontano Lontano di Gianni Di Gregorio, commedia sulla terza età condotta dal regista con brio e malinconia, dove il compianto Ennio Fantastichini lancia il suo addio al cinema.

Fra le opere indie lasciano un segno indelebile invece Greener Grass di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe, satira odontoiatrica e coloratissima sulla borghesia USA delle casalinghe inquiete, The Last Porno Show di di Kire Paputts, dove il crepuscolo del circuito a luci rosse è trattato con un taglio entomologico e clinico e Delphine et Carole, Insoumuses di Callisto Mc Nulty, docfilm sull’amicizia fra l’attrice Delphine Seyrig e Carole Roussopoulos, che contribuirono ad emancipare la figura femminile nel cinema, producendo immagini libere da ogni convenzione e pressione commerciale.

Sempre in tema di addii dopo quello della Martini, auspichiamo dunque un buon lavoro al neo-direttore Stefano Francia di Celle, che visto il curriculum impeccabile, potrà restituire  al festival della Mole probabilmente le immagini sperimentali e avanguardistiche, che caratterizzavano le prime edizioni di Cinema Giovani.

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