Cinema News — 27 gennaio 2014

Titolo: Anita B.
Regia: Roberto Faenza
Soggetto: dal romanzo di Edith Bruck Quanta stella c’è nel cielo
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Edith Bruck , Nelo Risi
Cast: Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Jane Alexnder, Moni Ovadia, Guend Gloria, Nico Mirallegro e Clive Riche
Fotografia: Arnaldo Catinari
Paese di Produzione: Italia, Ungheria
Distribuzione: Good Film
Casa di produzione: Jean Vigo Italia
Anno: 2014
Durata: 90 minuti

Voglio iniziare con una frase della scrittrice Emanuela Zuccalà, tratta dal libro Sopravvissuta ad Auschwitz:

“Più di 6000 ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz, siamo tornati in 363”.

In occasione della Giornata della Memoria noi di Ciao Cinema abbiamo voluto porvi all’attenzione un film che ha avuto una rilevanza marginale nell’ambiente del cinema ed infatti sono state pochissime le sale che hanno deciso di proiettarlo.

Il film in questione è Anita B., adattamento cinematografico del romanzo Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck e racconta la storia di una ragazza ungherese, Anita, appunto, salvatasi dal campo di concentramento di Auschwitz e accolta dalla zia Monika e dallo zio Aron e dal fratello di Eli, con il quale intreccerà una relazione.

Il fulcro centrale da cui la pellicola di Faenza parte è essenzialmente la negazione che la tragedia ebraica ha suscitato; ci troviamo infatti negli anni successivi agli eventi traumatici che la seconda Guerra Mondiale ha causato, anni che vengono definiti del silenzio, dove le persone non hanno intenzione di parlare di quanto accaduto e né di ricordare.

C’è una frase che ci fa capire bene lo stato d’animo in cui si viveva in quei tempi, pronunciata da Eli ad Anita: “Lascia Auschwitz fuori da questa casa”, un messaggio semplice, chiaro e conciso; i sopravvissuti ebraici si stanno appena risollevando dall’ondata antisemita nazista e non hanno intenzione di riaprire ferite appena chiuse.

Ma Anita è diversa ed è proprio lo stesso Faenza a farcelo notare nella pellicola, è una ragazza che ha visto la morte negli occhi ed è riuscita a superarla e proprio per questo motivo cerca di indagare ed interrogarsi sul suo oscuro e tragico passato, non perché è masochista e neanche perché come alcuni hanno ipotizzato non vede un futuro davanti a sè; ma semplicemente sceglie questo tipo di approccio per avere una maggiore sicurezza di ciò che le spetta.

Anita compie un’operazione chiara ed evidente nella pellicola, lei sceglie di non dimenticare il passato, ma di prenderne atto per poter poi andare avanti, in modo che se un giorno quelle ferite dovessero riaprirsi non facciano poi così male.

Anita sceglie di diventare adulta e di non dimenticare, che è poi il senso della giornata della memoria.

A ragion di cronaca, è vero, non è un film che lascia un’impronta indelebile nel panorama cinematografico rivolto alla Shoah, in primis perché Faenza sceglie di realizzare un’operazione diversa, ovvero di creare una morale nel film che poi è rappresentata da Anita – ossia che “del passato si può far tesoro per il futuro” – e in secundis perché è una pellicola sul dramma del dopo Shoah, che in ambito storico, come citato all’inizio dell’articolo, è stata considerata un tabù; dove ci si interrogava sulla situazione materiale in cui l’Europa era caduta.

Il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha trovato il film originale, in quanto dà una prospettiva diversa sul Genocidio ebraico, complimentandosi anche per la forza della protagonista e del suo inno alla vita.

Insomma un film non particolarmente apprezzato, forse perché non capito fino in fondo, che però lancia un messaggio chiaro, ovvero quello di non dimenticare ciò che la Shoah ha rappresentato, perché conoscere è necessario.

Voglio chiudere con una frase tratta dal mio libro Cinema e Shoah, l’Olocausto dietro una cinepresa:
“ C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non crescono e non consumano le suole”
(Joyce Lussu)

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