Archivio film Cinema News — 29 luglio 2017

Regia: Ana Lily Amirpour
Genere: Fantascienza/Horror
Sceneggiatura: Ana Lily Amirpour
Fotografia: Lyle Vincent
Cast: Suki Waterhouse, Keanu Reeves, Jim Carrey, Jason Mornoa, Diego Luna, Yolonda Ross, Giovanni Ribisi.
Produzione: Megan Ellison, Danny Gabai, Sina Sayyah.
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2016
Durata: 115 minuti

In un futuro prossimo, il Texas espelle dal proprio territorio le persone appartenenti alle fasce sociali più deboli costringendole spesso a vagare nel deserto confinante. In mezzo al nulla, però, alcuni diseredati hanno fondato “Comfort”, un territorio completamente gestito e organizzato da loro, e meta di molti individui cacciati dagli States. Una situazione vissuta anche da Arlen, ragazza che una volta fuori dagli USA si troverà da sola nel deserto alla ricerca di questo mitico luogo. Il suo viaggio sarà però quanto mai accidentato perché durante il tragitto dovrà vedersela con dei forti e pericolosi cannibali.

La giovane britannica-statunitense d’origine iraniana Ana Lily Amirpour è una regista che sembra essere predisposta a confrontarsi con immaginari cinematografici precisi e riconoscibili, come ha dimostrato il suo esordio A Girls Walks Home Alone at Night, lavoro con il quale la donna ha omaggiato il genere horror-vampiresco e, in particolare, la versione autoriale, ironica e malinconica di Jim Jarmush.
L’autrice conferma la volontà di cimentarsi con universi filmici ben definiti anche con il suo secondo lungometraggio, The Bad Batch, solo che questa volta il mondo di riferimento è principalmente quello post-apocalittico e indirettamente western di Mad Max di George Miller e del film che l’ha preceduto, A Boy and his Dog di L. Q. Jones (più qualche vaga citazione alle opere surreali di Jodorowsky).

Di Miller e Jones, la Amirpour riprende i personaggi anarchici e solitari pronti a tutto per sopravvivere e il paesaggio vuoto e desolato, costituito da una vastità di sabbia sempre coperta dal sole e occasionalmente “interrotta” da alcuni rifiuti o da qualche abitazione improvvisata.
Ed è proprio all’interno di codici narrativi e iconografici delineati che la regista lavora per segnare la propria impronta personale, evidente nell’uso attento delle musiche, nelle sequenze psichedeliche, in una certa ironia di fondo, nella laconicità dei protagonisti e nelle svolte imprevedibili e inaspettate del racconto, in primis quelle riguardanti lo sviluppo di una stramba love story tra un cannibale e la sua vittima.

Quello della regista non è però soltanto un “gioco cinefilo”, ma risulta anche un’esplicita ma non insistita metafora politica della società odierna, statunitense e non solo. L’opera, infatti, immagina uno Stato che espelle ogni persona che non si adegui ai propri canoni fisici e socioeconomici: un Paese, insomma, distopico e imperniato di razzismo, classismo e neo-liberismo nel quale può restare solo chi è sano e ha successo. Difficile dunque non pensare, guardando il film, a un possibile riferimento alle estreme destre emergenti in Europa e negli States.

E di personale, la Amirpour non mette solo la metafora politica e le idee narrative/linguistiche sopra citate, ma anche quel ritmo lento e compassato che aveva tanto caratterizzato la sua opera prima. Un andamento, quello attuato dalla cineasta, che in tal caso è però il limite maggiore del progetto.
Infatti, se in A Girls Walks Home Alone at Night la lentezza complessiva non solo era giustificata dalla poetica di riferimento (quella di Jarmush), ma costituiva inoltre buona parte del fascino dell’operazione, in The Bad Batch i tempi morti risultano troppi e rischiano soprattutto di disperdere e sminuire le buone idee della regista in una lunghezza a tratti eccessiva.

Un andamento troppo compassato per il quale il film è stato duramente criticato dalla stampa alla 73a Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto però il Premio Speciale della Giuria.
Due giudizi, quello della critica e quello dei giurati, che proprio per la loro diversità contribuiscono a testimoniare quanto l’opera sia ambivalente nel suo risultato, tanto interessante nelle singole parti quanto dispersivo nell’insieme.

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