Cinema News — 12 gennaio 2013

La saga dell’Alligatore è una serie di romanzi di Massimo Carlotto (al centro di un celebre caso giudiziario negli anni ’70), dal soprannome dal detective che ne è protagonista. E’ proprio con la soggettiva del cadavere di un alligatore che si apre Arrivederci Amore Ciao, tratto da uno dei lavori più belli e spietati dello scrittore padovano, diretto da Michele Soavi, di nuovo all’opera per il grande schermo a ben dodici anni di distanza da Dellamorte Dellamore, in seguito ad una lunga parentesi televisiva. E’ un ritorno sorprendente, con un noir cupo e plumbeo come gli anni di cui parla: Soavi traccia il ritratto di Giorgio Pellegrini, ex terrorista fuggito all’estero col capestro di un ergastolo, e gli dà il volto di Alessio Boni, preso di peso dalle fiction televisive, plasmandolo a interprete assolutamente adatto di un uomo ignobile, una “carogna”, individuo freddo e imperturbabile, che fonda la propria esistenza unicamente sull’autoconservazione, nel cui mondo gli altri sono soltanto strumenti, oggetti da usare per poi gettare via.

La narrazione copre un lungo arco temporale, dagli anni del terrorismo fino ai giorni nostri, seguendo il progressivo svanire di una coscienza che ogni tanto si risveglia nei lampi dei flashback della notte dell’attentato, memoria che prende forma nel corso del racconto, ma che è al tempo stesso più lontana poiché la sfera emozionale, in Giorgio, si è inesorabilmente congelata.

L’uomo si illude di controllare la propria vita, in realtà è burattino in mani sempre diverse: prima, quelle degli ideologi della lotta armata, che teorizzavano di rivoluzione “con la pancia piena di Pernod”, poi in quelle, ancor più sporche, di Ferruccio Anedda (interpretato da un Michele Placido come sempre sopra le righe), ispettore della Digos corrotto fino al midollo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anedda diventa l’ombra ricattatoria di Pellegrini, l’ossessivo promemoria di un passato che non può lasciarsi alle spalle, figura viscida a tutto tondo che manda avanti Giorgio nella manovalanza criminale della quale egli tira le fila.

Flora (Isabella Ferrari), donna che gli dirà addio dopo una serie di incontri sessuali iniziati con l’unico scopo di coprire parte di un debito del marito ma che “gli entra nel sangue come la malaria”, e Roberta (Alina Nedelea), giovane e trasparente, la ragazza perbene che tanto gioverebbe, in immagine, alla riabilitazione di cui si sta occupando l’assessore Brianese (il grande Carlo Cecchi), sono le figure femminili che ruotano attorno alla sua aridità, l’una diametralmente opposta all’altra. Roberta lo ama in modo ingenuo e totalizzante, mentre per Giorgio lei è solo un’altra tessera del mosaico che deve andare al posto giusto, a ricostruire una parvenza di normalità, al pari del lussuoso ristorante che ha aperto col bottino di una rapina. Ma le apparenze non possono mutare l’essenza di una persona: nello splendido, impietoso finale (da notare la citazione da Schock, di Mario Bava), Soavi ci dimostra che Giorgio è rimasto l’impassibile e gelido individuo di sempre.

Fondamentale l’uso delle musiche, dalla leggendaria Aqualung dei Jethro Tull fino al tormentone il cui ritornello dà il titolo al film, “Insieme a Te Non Ci Sto Più”, di Caterina Caselli, ricorrente nei lampi di memoria dell’attentato, perfetta e straziante nella lunga sequenza finale. Dopo aver visto il film, la canzone non sarà più la stessa di prima.

Soavi ci dona un piccolo gioiello sia dal punto di vista tecnico, con riprese fluide e ottime trovate registiche, che narrativo, forte di una sceneggiatura di ferro e di una messa in scena che non si dimentica facilmente.

 

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