News — 13 ottobre 2012

TITOLO: Aspettando Godot (Waiting for Godot)

AUTORE: Samuel Becket

GENERE: Teatro dell’assurdo

DATA: 1952 ( Prima assoluta: 1953, Téatre de Babylone, Parigi)

TRAMA: Estragone e Vladimiro sono gli unici personaggi in scena. Dicono di aspettare un tale “signor Godot”, che però non si presenta mai, ma che alla fine di ogni giornata si limita a mandare un messo a dire che si farà vivo l’indomani. I dialoghi fra i due si ripetono costanti: discutono e si minacciano a vicenda, si rappacificano e affermano di volersene andare. Non lo fanno, sanno già che non lo faranno mai. Il loro ruolo è quello di attendere Godot. Le azioni contraddicono le parole.
Sul palcoscenico si presentano altri due personaggi: Pozzo e Lucky. Pozzo si definisce il proprietario della terra su cui Estragone e Vladimiro si trovano. A tratti è crudele, a tratti pietoso. Tiene Lucky, il suo servo, al guinzaglio.

RECENSIONE: Il denso grigiore di una spasmodica attesa imprigiona gli spettatori in un’angosciosa suspance. Per anni e anni Estragone e Vladimiro aspettano invano immersi in una dimensione atemporale in cui ieri, oggi, e domani si fondono in un unico caotico presente.
“Aspettando Godot” di Beckett è la storia del “non fare”, un pregevole pezzo teatrale in cui un insistente e inconsistente susseguirsi di gag comiche mitigano, e al contempo esaltano, la tragedia esistenziale di cui sono vittime i protagonisti della vicenda, portati a paradigmi dell’intera umanità. Ne risulta un’azione bloccata, un ritmo disteso all’infinito che scandisce una narrazione lenta e dal finale aperto e inconcluso, in bilico fra fare e disfare, fra sapere e dimenticare. Tutto ciò nell’attesa di un’entità, Godot, dalla cui venuta dipende la salvezza dei personaggi. Francesismo di God, inglese per “Dio”, egli non è altro che la promessa della felicità, la risposta ad ogni problema, la personificazione dell’Infinito. Ma in questo mondo non c’è spazio per l’assoluto, né ha nulla di perfetto, come non ha più spazio per eroi. Poco importa se Dio esista o meno, agli uomini non resta che godere di questo loro attendere e rincorrere ombre e fantasmi.
Altri due personaggi si affiancano ai precedenti: Pozzo e Lucky, che ricalcano il classico dualismo servo/signore, borghese/proletario. Accanto all’attesa del sovrumano, va in scena l’umano agire, la normale dinamica delle cose: l’inestirpabile logica della sopraffazione, che non lascia spazio alcuno a diritti o carità.
La battuta iniziale, “Rien à faire” (Niente da fare) non è un motto da roulette, ma non fa che presagire quel clima di assoluto immobilismo che permea l’opera e il mondo intero durante la guerra fredda,che fa da sfondo a tutti gli scritti di Beckett.. Il palcoscenico sarà dunque calcato da una fedele, seppur surreale, rappresentazione della società contemporanea in cui all’inettitudine e all’alienazione di se stesso l’uomo non può che rispondere ridendo.

FRASE: – Well, shall we go? – Bè, andiamo?
– Yes, let’s go. – Sì, andiamo.
(They don’t move) (Non si muovono)

 GIUDIZIO COMPLESSIVO: 8

Paolo Bertollini

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