Archivio film Cinema News — 12 Settembre 2020

Titolo: Assandira

Regia: Salvatore Mereu

Aiuto regista: Massimo Selis

Sceneggiatura: Salvatore Mereu (liberamente tratto da “Assandira” di Giulio Angioni, Sellerio)

Cast: Gavino Ledda (Costantino Saru), Marco Zucca (Mario Saru), Anna Koenig (Grete), Corrado Giannetti (giudice Pestis), Samuele Mei (Peppe Bellu)

Fotografia: Sandro Chessa

Suono: Pietro Fancellu, Vincenzo Santo

Effetti digitali: Why Worry Production

Montaggio: Paola Freddi con la collaborazione di Antonio Cellini

Costumi: Salvatore Aresu

Produzione: Elisabetta Soddu, Salvatore Mereu

Nazionalità: Italia

Anno: 2020

Durata: 128 minuti

Assandira è il quarto lungometraggio del regista sardo Salvatore Mereu, presentato fuori concorso alla 77esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a Venezia. Non lasciatevi scoraggiare durante i primi minuti del film: se resistete, sappiate che vi catturerà, malgrado un incipit decisamente molto lento e spiazzante.

Siamo in Sardegna, all’inizio degli anni Novanta. Un uomo anziano si aggira nella notte, al buio, in una costruzione diroccata, sotto una pioggia battente che sembra una punizione divina. Sul suo volto, ferite, bruciature e i segni di un dolore inesprimibile. C’è un morto: si tratta di suo figlio. C’è la polizia, ci sono anche degli animali uccisi. Le fiamme hanno divorato la costruzione. Le parole del protagonista, Costantino Saru, ci fanno presagire il dramma che aleggia: «L’acqua non spegne un male come questo, e neppure la vergogna». Qualcuno ha appiccato il fuoco, uno dei tanti incendi che d’estate devastano la Sardegna, ma c’è qualcosa di più. Lo intuiamo mentre la pioggia flagella il corpo di quest’uomo che ci ricorda che «la vita diventa inutile, davanti alla morte di tuo figlio». Le luci del giorno portano sulla scena del rogo un magistrato, che incomincia a interrogare Saru. Poco alla volta, una serie di flashback fanno emergere una storia dal finale che non mancherà di sorprendere.

Mario, il figlio fuggito da una Sardegna rurale e povera per fare il cameriere in Germania, ha conosciuto Grete, una ragazza tedesca solare e piena di energia, appassionata di fotografia. Insieme hanno concepito l’idea di aprire un agriturismo nel casolare di campagna di proprietà di Costantino, dove l’uomo, che ha fatto per tutta la vita il pastore, tiene ancora dei maiali. Lo vogliono chiamare Assandira e hanno già in mente come attrarre i turisti tedeschi e, più in generale, stranieri. Offriranno loro l’esperienza di una Sardegna rurale in cui il tempo si è fermato, dove scoprire sapori tradizionali ma anche mestieri altrove perduti, come quello del pastore che vive con le sue pecore. All’apparenza sembra una pagliacciata: abiti tradizionali, pelli di pecora, qualche colpo di fucile sparato in aria per regalare un brivido, insomma una mise en scène che rasenta il ridicolo. Ma in fondo è quanto i turisti chiedono in ogni angolo del mondo, quando vanno sul cammello a visitare le piramidi in Egitto o girano in kimono in Giappone.

Costantino Saru, di primo acchito, è contrario al progetto del figlio e della nuora. È un uomo d’altri tempi, vedovo e burbero, e soprattutto detesta l’idea di aggirarsi per l’agriturismo recitando la parte del pastore sardo, un ruolo che per lui non è uno scherzo, ma un mestiere, autentico e duro. Alla fine Mario e Grete riescono a convincerlo e Assandira diventa un’attrazione per i turisti. Quando tutto sembra andare a gonfie vele per la coppia, succede qualcosa che cambia i rapporti con Costantino…

Non vi diremo di più. I ricordi di Saru, che riemergono nel suo confronto con il magistrato, vengono raccontati con un ritmo sempre più serrato. La sceneggiatura di Mereu, a partire dal libro di Giulio Angioni, è trascinante come un giallo, con una pluralità di personaggi che inducono lo spettatore – che sa già della tragedia – a identificare un possibile sospetto. Chi ha appiccato il fuoco? Come è morto Mario? Si scoprirà solo alla fine. Ma Assandira non gioca solo con questo mistero. Il regista scava nella psicologia dei personaggi, nelle loro contraddizioni e nelle differenze culturali che contrappongono la Sardegna tradizionale al continente, come dicono i sardi. E in questo caso, la Germania è ancora più lontana di Milano o di Roma.

Magistrale l’interpretazione di Gavino Ledda, noto scrittore e regista: solo lui poteva essere Costantino Saru il pastore, con il suo sguardo perennemente accigliato, chiuso nel suo mondo e costretto con la forza dal figlio ad aprirsi. Il contrasto con Anna Koenig, una Grete che sprizza vitalità, una donna indipendente e capace di prendere marito e suocero per il verso giusto, è lampante e voluto. Grete è la femminilità libera, che gli uomini più conservatori dell’isola faticano a comprendere e respingono. Mario, interpretato da un altro sardo, Marco Zucca, è un giovane a cavallo fra due realtà, che è legato alle sue radici, ma anela al cambiamento. Questi tre attori, da soli, sono il film, ma Mereu affianca a loro un cast perfetto ed efficace. Da notare, infine, la forte presenza del dialetto sardo (sempre sottotitolato) che rafforza l’autenticità dei personaggi e il legame con i luoghi.   

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