Archivio film Cinema News — 28 Settembre 2017

Titolo originale: Baby Driver
Genere: Azione

Regia: Edgar Wright

Sceneggiatura: Edgar Wright

Fotografia: Bill Pope
Cast: Ansel Elgort, Kevin Spacey, Lily James, Jamie Foxx, Elza Gonzalez, Jon Hamm, Jon Bernthal.

Produzione: Tim Bevan, Eric Fellner, Nira Park.

Nazionalità: Stati Uniti/Gran Bretagna
Anno: 2017
Durata: 113 minuti

 

Il successo dei generi nella settima arte è dovuto in buona parte all’unione tra la standardizzazione dei loro schemi narrativi e la differenzazione della singola opera filmica. Un mix che si è ulteriormente accentuato nel cinema contemporaneo e postmoderno, nel quale i registi coniugano spesso l’originalità delle loro idee a un immaginario preciso e riconoscibile.

Esempio perfetto di tutto ciò risulta sicuramente il recentissimo Baby Driver – Il genio della fuga di Edgar Wright, film che ibrida un uso particolare della colonna sonora a un racconto tipicamente pulp.

 

Qui il protagonista è Baby, un ragazzo senza genitori che vive con il suo vecchio tutore invalido del quale si prende quotidianamente cura. L’orfano ha poi la caratteristica di avere sempre addosso delle cuffie tramite le quali ascolta i suoi brani musicali preferiti e di essere inoltre un abile guidatore d’automobili. Una qualità, quest’ultima, con cui l’eroe si mantiene facendo l’autista in alcune rapine progettate da un geniale e potente criminale. Una vita che in realtà il ragazzo vorrebbe cambiare, soprattutto da quando si è innamorato di una bella e giovane cameriera.

 

Risulta evidente fin dall’inizio quanto la vicenda segua fedelmente le tracce della narrativa caper e pulp tanto in voga in certo cinema statunitense: qui non mancano figure come il parente invalido, la ragazza carina, il gangster carismatico o il criminale pazzoide, ma anche luoghi come la tavola calda, il garage dove si depositano le automobili e la stanza ai piani alti dove vengono progettate le rapine.

Una serie di cliché che il regista britannico rispetta nei loro principi, ma che al tempo stesso rielabora in senso musicale tramite l’utilizzo costante, particolare e originale della banda sonora.

Nell’opera in questione, infatti, le canzoni (quasi tutte molto famose) sincronizzano e scandiscono il ritmo della maggior parte delle sequenze, soprattutto quelle d’azione, diventando così il vero motore del film.

 

Un’operazione, quella di Edgar Wright, sicuramente interessante, che rischia però di risultare, a tratti, soltanto una lunga serie di videoclip legati da una trama più o meno pretestuosa. Ma anche se, in effetti, l’influenza del video musicale si sente, il risultato finale è comunque cinematograficamente solido e appagante.

Merito non solo di una sceneggiatura che usa bene gli elementi tipici del proprio immaginario di riferimento, ma anche e soprattutto di un montaggio adrenalinico e dinamico, di una regia che sfoggia movimenti di macchina e piani sequenza spettacolari e di una fotografia che esalta bene i colori dei costumi e delle scenografie, soprattutto nei momenti più romantici, che a livello cromatico sembrano usciti dal recente musical La La Land (e la scena della lavanderia ne è una chiara dimostrazione).

 

Dunque, se l’utilizzo della colonna sonora è indubbiamente l’aspetto più stimolante del film, le altre scelte linguistiche, visive e narrative di Wright – per quanto meno sorprendenti – risultano la base grazie alla quale tutta l’operazione regge senza diventare soltanto una sequela di videoclip.

È quindi evidente quanto l’unione tra l’originalità di un’idea e un immaginario ormai consolidato renda compatto tutto il film, facendolo così funzionare alla perfezione, anche a livello emotivo: infatti, grazie al mix citato lo spettatore si potrà sentire al tempo stesso sorpreso e rassicurato, avendo contemporaneamente la sensazione di assistere a qualcosa d’inedito e innovativo e a qualcosa di già visto e “masticato”.

 

Un’ibridazione, quella tra originalità e tradizione, tra differenzazione e standardizzazione, ben conosciuta anche da Walter Hill, al quale Edgar Wright si è dichiaratamente ispirato: e anche se qui il riferimento più diretto è sicuramente quello a Driver – L’imprendibile (se non altro per il “tema” e il protagonista), in realtà sarebbe da citare anche Strade di fuoco, action nel quale la musica ha un ruolo predominante, risultando per questo una sorta d’antesignano del “nostro” Baby Driver.

 

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