Cinema News — 13 novembre 2012

Se è vero che lo studio dei blockbuster è fondamentale per cercare di capire dove e come si muova l’immaginario comune, i film di Christopher Nolan sembrano sempre più uno degli strumenti più adatti per approcciarsi a una materia simile. Il suo cinema, costantemente in equilibrio tra una dimensione spettacolare (ovvero: grandi produzioni e uso preponderante di effetti speciali) e una, presunta, “autoriale”, da Inception in poi si è dimostrato sempre meno incline al compromesso. Sarebbe a dire: o lo si ama, o lo si odia, con tutti i (fastidiosi) manicheismi che ne possono conseguire. Che le doti di Nolan siano superiori a quelle della media degli shooters stipendiati oggi da Hollywood, è un dato di fatto; ma lo è anche che i suoi film, così profondamente scritti e studiati, sembrino molto più profondi di quanto in realtà non siano, coperti come sono da una patina intellettuale che molto spesso nasconde più superficialità che altro. In tal senso, Il cavaliere oscuro – Il ritorno non rappresenta certo un’eccezione: la chiusura “definitiva” sulle gesta dell’uomo pipistrello appare quindi perfettamente coerente con il percorso del suo autore, così indeciso se sporcarsi le mani con un materiale “basso” (il fumetto), o meno. In realtà, Nolan aveva esaurito l’argomento già nel 2008, con Il cavaliere oscuro: forse, insieme a The prestige, il suo film più bello. Quello dove le ambizioni riuscivano a sposarsi con un risultato decisamente all’altezza; un noir denso e cupissimo, la vera pietra tombale sul personaggio creato nel 1939 da Bob Kane: una pellicola che si chiudeva con l’Ordine ristabilito grazie alla Menzogna e l’Eroe costretto a scappare via e nascondersi; quasi come Pat Garrett nel finale del un capolavoro di Peckinpah, rincorso da un ragazzino che gli lanciava sassi per aver ucciso The Kid, il Mito. Una chiusura perfetta, un epilogo tragico dove il sacrificio assumeva una connotazione morale, e non fisica. Invece, Il cavaliere oscuro – Il ritorno sente il bisogno di esplicitare una conclusione più netta (lasciando però nel finale sempre spazio all’ambiguità, esattamente come in Inception), che avviene dopo due ore e mezza di un film che sembra sempre sul punto di esplodere ma che, purtroppo, non decolla mai: come suo solito, Nolan infarcisce il suo film di tanta, troppa carne al fuoco, stavolta senza riuscire a venirne a capo. In questo modo, accenna a molte questioni squisitamente contemporanee senza approfondire mai il suo discorso, dando così pane per i propri denti a sedicenti opinionisti dallo schieramento facile (il suo film è di destra o sinistra? Appoggia il movimento Occupy Wall Street o si limita a denigrarlo?). Rimane un prodotto di intrattenimento decisamente superiore alla media, ma che lascia sgomenti per la grossolanità dei suoi simbolismi (la “rinascita” dell’eroe dentro il pozzo) e per i troppi stimoli narrativi mal gestiti (il villain Bane, la città di Gotham governata dai criminali): nulla contro cui scagliarsi ferocemente, a patto che non ci si arrampichi sugli specchi per cercare una profondità che non c’è.

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 6

Giacomo Calzoni

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