Cinema News — 06 settembre 2013

Quali sono i generi che oggi vanno per la maggiore fra i blockbuster americani? Gli horror apocalittici su invasioni zombi, gli action-movie e i film di fantascienza con i robot (che potremmo riassumere in World War Z, I mercenari e Transformers, con i vari derivati). Perché non unire allora i tre generi, sfruttando per di più il veterano Dolph Lundgren? Questa è stata probabilmente l’idea che ha spinto Christopher Hatton a dirigere Battle of the damned (2013), coproduzione fra USA e Singapore. La vera battaglia, in realtà, è quella che deve affrontare lo spettatore per arrivare al termine del film: brutto, stupido, noioso e inutile come pochi altri. Eppure nella trama ci sarebbero i presupposti per un prodotto quantomeno divertente, anche se non originale. Il Sud-Est asiatico è vittima di un virus che trasforma gli uomini in zombi: il maggiore Max Gatling (Lundgren, inespressivo come sempre) è incaricato da un uomo d’affari di penetrare nella zona infetta e riportare a casa la figlia. Unico sopravvissuto della sua squadra, trova la ragazza assediata in un edificio insieme ad altre persone: costretti a lottare contro gli zombi, potranno contare sull’aiuto di alcuni soldati-robot. Battle of the damned è quindi il classico fumettone americano senza pretese, tutto azione, sangue e divertimento: un genere che può piacere o no (non a chi sta scrivendo, per esempio), ma che può essere comunque valutato oggettivamente in base alla realizzazione. Nel film di Hatton, però, non c’è proprio nulla che funzioni, e il divertimento si trasforma in una noia totale: la pellicola cerca di unire orrore, azione e fantascienza, fallendo su tutti e tre i versanti. Il tema del virus che trasforma gli uomini in zombi con effetti apocalittici è ormai abusato, e né la sceneggiatura né la regia ci mettono qualcosa per variare sul tema. Gli zombi del nuovo millennio, si sa, vanno di corsa (bei tempi invece quando incedevano lentamente nei film di Romero e Fulci); ma qui corrono anche troppo, a tal punto che non si vede quasi nulla, solo una massa di persone che si muovono in maniera frenetica: il make-up (appena decente) è visibile solo in qualche inquadratura, mentre il sangue è realizzato in digitale, con una resa orribile. Il film è tutto un susseguirsi di sequenze pressoché identiche: zombi che arrivano di corsa, soldati che sparano e ammazzano, assedio, e si ricomincia da capo. Anche le scene d’azione sono realizzate con inquadrature veloci e montate in maniera frenetica, con l’unico effetto di stordire lo spettatore. Imbarazzante poi tutta la parte coi robot: alcune immagini utilizzano la CGI in maniera così sfacciata e totale che sembra di assistere a un videogame. Il digitale può funzionare se usato in piccole dosi, ma non può sostituirsi all’immagine; e il suo utilizzo, comprensibile nel cinema indipendente, è fuori luogo quando si tratta di un film ad alto/medio budget. Esteticamente piatto (la fotografia è sempre identica e grigiastra), colonna sonora inesistente: assolutamente da dimenticare. Utile da vedere per chi critica i bellissimi FX artigiani del cinema di ieri e di oggi.


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