Cinema News — 25 giugno 2013

Stai Uniti, 2013

Regia: Steven Soderbergh

Cast: Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Dan Aykroyd, Scott Bakula, Debbie Reynolds

Durata: 118’

Distribuzione: HBO Films

In concorso per la Palma d’oro al Festival di Cannes 2013

 

Too gay…”, questo il commento dei grandi studios di fronte al progetto di Soderbergh, in cerca di finanziamenti per il suo film su Liberace, prodotto, infine, dalla HBO per un budget di 23 milioni di dollari. Non distribuito nelle sale per gli stessi motivi, nonostante la corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes, il film, al primo passaggio sulla TV americana, ha totalizzato 2.4 milioni di ascolti, eguagliando il record di “Medici per la vita”, film TV del 2004 di Joseph Sargent.

Nei piani del regista dal 2000, quando ne parlò con Douglas sul set di “Traffic” con l’intento dare vita a qualcosa di alternativo rispetto a un classico biopic, l’idea è stata in incubazione per dieci anni prima di configurarsi nella trasposizione delle memorie “Behind The Candelabra: My Life With Liberace” di Scott Thorson, ex chauffeur, amante e accompagnatore del pianista ed entertainer di origini italo-polacche.

 

Totalmente costruito sull’intimità del rapporto tra la star sessantenne e l’orfano di quasi 40 anni più giovane, il film è un’impeccabile e secca scansione in capitoli degli anni nei quali i due furono inseparabili, dal 1977 al 1982 (e dei pochi ma significativi strascichi fino al 1987), con tutti i crismi di quella che è stata, a tutti gli effetti, una storia d’amore. Sì, perché la sensibilità di Liberace era seconda solo al suo spropositato ego, un binomio che ha condannato l’artista a una vita interiore contraddittoria, così come l’antitesi tra la devozione assoluta per il Cattolicesimo e l’omosessualità.

La narrazione è di tipo cronachistico, plasmata sui continui dialoghi della coppia, spesso sfacciatamente erotici e adattati dallo sceneggiatore Richard LaGravanese, che esalta l’assoluta assenza di barriere tra i protagonisti, che si lasciano andare alle confidenze più segrete e alla condivisione totale di mondo spirituale e materiale. Un montaggio serrato non lascia spazio a divagazioni né alle dilatazioni alle quali il regista ci aveva abituato nei suoi ultimi lavori (“Knock-out” e “Side Effects”), mentre si sprecano campo-controcampo e primi piani che accompagnano la nascita e la fine di un sentimento sui volti dei due superbi interpreti (anche grazie a un piccolo aiuto nel make-up), Michael Douglas e Matt Damon. Si unisce a queste soluzioni di regia, tipiche della produzione televisiva, la scelta quasi esclusiva di set interni, magnificati da una cura del dettaglio notevole.

 

La sfumatura ‘old’ è incrementata dal ripescaggio, per ruoli da comprimari, di Rob Lowe e Dan Aykroyd, quasi irriconoscibili per il trucco, e dell’icona Debbie Reynolds. Di effetto i riferimenti alla Hollywood del tempo: gli Academy Awards del 1982 ai quali Liberace fu ospite, le musiche di Vangelis per “Momenti di gloria”, Jane e Henry Fonda in “Sul lago dorato”e la morte di Rock Hudson per AIDS, il male che uccise anche il protagonista due anni dopo. Il dettaglio in chiusura di sequenza che anticipa il dramma è un espediente a cui Soderbergh ricorre spesso nel film, supportato dalla musica di Marvin Hamlisch, morto nell’agosto 2012 e qui alla sua ultima fatica.

 

Ne esce un ritratto molto forte di Liberace, tormentato dal culto della sua immagine al punto da imporre a Scott una chirurgia plastica per renderlo identico a lui, monomaniacale nell’impianto al pene per soddisfare le sue infinite pulsioni sessuali, delirante di onnipotenza nel promettere al partner di adottarlo come un figlio. Ma anche così disperatamente generoso da sentire il bisogno, in ogni momento, di rendere felice il prossimo: concetto, questo, forse sottovalutato, che passa più volte nelle sue parole.

Perché Liberace era questo, in fondo, un dispensatore di sogni. Nelle sue ultime esibizioni alla music-hall di Las Vegas si presentava al pubblico facendosi calare come un angelo sul palco, ed ecco l’epilogo del film: lo stage della chiesa si erge e cambia la scenografia, di fronte a uno Scott sognante, per lasciare spazio all’esibizione del suo amore perduto, il suo ‘whole world’, che recita il suo successo più grande, “The impossible dream”, elaborazione serena di una rottura dolorosa e scaduta nelle cause legali, catarsi di un amore disperato.

 

Devastante interpretazione di Michael Douglas: il suo clamoroso contro-ruolo, così come quello di Matt Damon, sfida e ribalta le regole di Hollywood, giocandosi la distribuzione nelle sale ma confermando la versatilità di due icone di ‘machismo’ che le politiche delle case di produzione hanno avuto paura di intaccare. Bravi davvero.

 

Voto: 7,5 

 

 

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