Archivio film Cinema News — 16 luglio 2013

Il nome Berberian è tratto dal cognome di Cathy, la moglie di Luciano Berio, il cui studio di fonologia della Rai, concepito insieme al musicista Bruno Maderna, ha fornito l’ispirazione al regista Peter Strickland per questo horror metacinematografico. Negli anni ‘70 Gilderoy (Toby Jones) un freak inglese che sonorizza i film va a Roma, a lavorare nello studio del titolo per l’horror “Il vortice equestre” di Giancarlo Santini, una pellicola molto brutale in stile “Suspiria” sul tema della stregoneria. Qui lo accoglie il produttore Francesco Coraggio (Cosimo Fusco), arrogante e sprezzante verso i collaboratori, soprattutto le doppiatrici, da lui spesso cacciate dallo studio per scarso talento, in quanto raccomandate da Santini. Coraggio oltretutto monopolizza il mixaggio, intervenendo pesantemente sul lavoro del regista, cialtrone ed esaltato. Man mano che il racconto filmico procede il regista -narratore Strickland scompare in quanto è detronizzato e surclassato in maniera intercambiabile dal produttore-narratore-demiurgo Coraggio e le immagini de “Il vortice equestre” non vengono mai mostrate ma sentite simbioticamente sia da noi spettatori che dai membri dello studio, affidate oltretutto alla descrizione verbale di chi fa scorrere le bobine. Così Gilderoy insieme agli altri sghembi personaggi crea un vortice di sonorità e rumori prodotti ad hoc, per alimentare la colonna sonora del film di Santini, portatore di atroci sevizie, incubi e situazioni inguardabili, che rendono più claustrofobica dello studio stesso, la vita del kafkiano fonico. Sarà il “Blow Out” degli anni zero? Forse ma uno dei motivi che seducono maggiormente lo spettatore è come gli elementi scenografici siano esattamente come quelli dei Settanta, quando il digitale era solo una chimera e dunque prevaleva un universo analogico di bobine e nastri, rendendo qui il suono e i rumori gli autentici personaggi della diegesi. Quello che è certo che Strickland dichiara nelle interviste di essersi ispirato per il soundtrack ai rumori e all’effettistica prodotti secondo il geniale artigianato all’italiana, come quando Gilderoy colpisce con un coltello da cucina un cavolfiore e un’anguria per riprodurre i suoni della lama a contatto con la carne, mentre le vittime vengono pugnalate sullo schermo. Modernariato dell’era-predigitale che trasforma la trama metacinematografica in un falso documentario sul tramonto dell’era digitale. Fortunatamente non siamo di fronte alla solita tarantinata da vintage musicale, in quanto Strickland non punta solo alle partiture e ai musicisti del nostro cinema di genere dei Settanta ma afferma di amare l’avanguardia, la library music e le sperimentazioni soprattutto di Area, Luciano Berio appunto, Bruno Maderna, Franco Battiato come “Cafè-Table-Musik” e “Goutez et Comparez” contestualizzando in più la musica extra-diegetica, composta dai Broadcast in un ossessivo leit motiv che ritorna frequentemente. Visto al Noir in Festival di Courmayeur 2012, Berberian Sound Studio non è solo citazionista, ma attraverso la duplicità diegetica/extra-diegetica del suono instilla una paranoia nel fruitore, che è quella dell’uomo paranoico Gilderoy con una concezione del tempo contigua al disagio. Dolore e suono, corpo che cade in entrambi i film (l’altro è “Il vortice equestre”) in un clima di tempesta sonica, con l’elemento thriller fuso nella saettante velocità della videoarte. Strickland estende il significato di questa lotta per far “sentire” più che “vedere” la sua opera, fin dentro che potremmo definire archeologia del suono filmico. Un’esperienza dove lo zenith sonico è sintomo di una volontà di azzeramento della musica tradizionale per film.

Voto: 9

 

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