Cinema Eventi News — 27 marzo 2014

Giunto alla trentaduesima edizione, il festival bergamasco non perde lo smalto e dimostra la sua capacità di rivolgersi a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare al suo tratto nostalgico puramente cinefilo. L’obiettivo è l’Europa, continente pressoché invisibile da diversi anni sugli schermi main stream, che trova ampio spazio per raccontare le sue storie eclettiche: un’occasione importante per riflettere su ciò che si muove vicino a casa nostra. Il vecchio continente (o forse meglio dire giovane) è protagonista indiscusso della classica mostra concorso e della sezione documentaristica “Visti da vicino”, ma non solo: quest’anno hanno sorpreso piacevolmente due belle retrospettive sulle donne dietro la macchina da presa, quella sul trio Sólveig Anspach, Antonietta De Lillo e Jessica Hausner, intitolata non a caso “Europa: femminile, singolare” e la rassegna di cortometraggi delle scuole di cinema europee. Anche la retrospettiva più squisitamente cinefila è dedicata all’attore britannico davvero indimenticato Dirk Bogarde, mentre è francese la controparte più attuale dedicata al cineasta di animazione Pierre-Luc Granjon. L’unico assaggio d’oltreoceano è presente nella retrospettiva frizzante sulla Screwball Comedy intitolata “Ma papà ti manda sola?” (ad accezione di un film di Truffaut).

La retrospettiva su Dirk Bogarde ha un fascino indiscusso: sin dalle prime parti l’attore interpreta personaggi dall’aria ambigua, in bilico tra il bene e il male. In La tigre nell’ombra (1954) di Joseph Losey  è un giovane delinquente che vive in casa di uno psicologo che cerca di aiutarlo e che finisce per sedurre sua moglie. Il film ha i toni del melodramma e riecheggia lo spirito dell’amour fou: per buona parte del film Bogarde domina con sequenze di rabbia e passione, ma verso la fine si redime grazie a un colpo di genio dello psicologo e passa decisamente dalla parte del bene. Questo iter viene seguito per buona parte dei film del suo primo periodo: nel magistrale Il diavolo nello specchio (1959) di Anthony Asquith, l’attore sfodera tutto il suo talento nell’interpretare un doppio ruolo alquanto “singolare”: il protagonista è un uomo sospettato di aver ucciso e preso il posto del suo sosia per entrare in possesso dei suoi averi. Il mistero resterà intatto fino all’inaspettato colpo di scena finale, che dissolve ogni colpa. Sarà invece sempre Losey a creare il personaggio che lo renderà davvero memorabile ne Il servo (1963). Opera di notevole spessore stilistico e grande prova d’attore per Bogarde che incarna definitivamente una figura dall’ambiguità sottile: un essere in grado di ribaltare l’ordine delle cose con un’astuzia luciferina. Lo stesso fascino lo ritroviamo nel successivo L’incidente (1967) sempre di Losey, dove ormai è chiaro il sodalizio stilistico e poetico volto a sondare in profondità i disordini sociali e affettivi dell’essere umano. Una vera chicca mostrata al festival è l’ultimo film dell’attore firmato R.W. Fassbinder, Despair (1978), divertissement del regista dai tratti grotteschi e surreali, giocato interamente sulla doppiezza e l’ambiguità sessuale di Bogarde. La dedica finale a Antonine Artaud, Vincent Van Gogh e Unica Zürn sul primo piano dell’attore suona quasi come un epitaffio alla sua carriera.

Un’altra gradevole riscoperta al festival è stata la regista Sólveig Anspach. Un po’ americana, un po’ francese e un po’ islandese, la regista racconta attraverso immagini poetiche del quotidiano e abbraccia più punti di vista con una delicatezza e un lirismo accattivanti, senza perdere mai originalità e appeal.  Immensamente toccante il film Haut les coeurs! (1999): il calvario di una donna incinta che scopre di avere un tumore al seno. Narrazione priva di sentimentalismi, che tratta il tema con sensibilità e umanità, capace di esprimere le emozioni più crude in modo sincero. Si cambia registro in Skrapp út – Back Soon (2008), film ironico e divertente che ruota attorno a una poetessa che spaccia marjuana per sbarcare il lunario: memorabile la sequenza in cui la protagonista è seduta su un masso in mezzo alla campagna islandese e nel quadro entra una chitarra dall’alto (introdotta da una presenza che resta fuori campo) pronta per essere suonata! Mantiene un profilo sobrio il film storico Louise Michel (2010) sull’omonima eroina della rivoluzione francese:  una riflessione lucida sulla società vista dagli occhi di una donna che incarna profondamente i valori della rivoluzione.

I vincitori del premio del pubblico sono nell’ordine: Silmäterä (2013) di Jan Forssström, Leave to Remain (2013) di Bruce Goodison e Wolf (2013) di Jim Taihuttu. Notevole Wolf, film che colpisce col suo ritmo serrato e le immagini plastiche di un bianco e nero tagliente, cornice perfetta per un gangster movie moderno e metropolitano.

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