Archivio film Cinema Eventi News — 26 Ott 2017

Titolo originale: Blade Runner 2049
Regia: Denis Villeneuve
Soggetto: Philip K. Dick, Hampton Fancher (storia)
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Cast: Ryan Gosling, Harrison Ford, Jared Leto, Robin Wright, Mackenzie Davis, Ana de Armas, Dave Bautista
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Joe Walker
Musiche: Jòhan Johansson, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
Produzione: Alcon Entertainment, Thunderbird Entertainment, Scott Free Productions
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Nazionalità: USA
Anno: 2017
Durata: 163’

 

Nel 2049 una nuova generazione di replicanti perfezionati – e soprattutto più obbedienti – viene impiegata per dare la caccia ai vecchi e problematici modelli Nexus rimasti in circolazione all’indomani del Grande Blackout , in modo da riuscire nell’intento di far convivere pacificamente una volta per tutte le macchine con gli esseri umani. L’agente K, un replicante di nuova produzione, dopo aver individuato ed eliminato il Nexus Sapper Morton nella sua “fattoria”, rinviene una misteriosa cassa che era rimasta sepolta sotto un albero lì accanto. All’interno c’è lo scheletro di un Nexus femmina che, secondo i risultati delle analisi svolte alla LAPD, sarebbe morta per le complicazioni sopravvenute dopo un parto avvenuto con un taglio cesareo. La notizia è sconvolgente, perché dimostra che i replicanti sarebbero in grado di riprodursi, un fatto che metterebbe radicalmente in discussione il rapporto tra macchine ed esseri viventi. K riceve l’ordine di ritrovare ed eliminare qualsiasi traccia del figlio replicante da parte del suo comandante Joshi, preoccupata delle implicazioni di questo ritrovamento. K, profondamente colpito da quello che sta succedendo, decide invece di disubbidire e di recarsi presso la sede della Tyrell per ottenere maggiori informazioni sullo scheletro ritrovato. Qui, gli addetti identificano il corpo con quello di Rachel, un cyborg che circa trent’anni prima ebbe una relazione con il cacciatore Rick Deckard.

Diretto da un Denis Villeneuve fresco di nomination agli Oscar 2017 per il controverso Arrival, Blade Runner 2049 giunge sul grande schermo dopo un lungo processo di definizione del progetto iniziato nel 2015 e modificato più volte in corsa per problemi legati ai diritti del primo film e per dipartite improvvise (Niander Wallace, presidente della Tyrrel, doveva essere inizialmente interpretato da David Bowie e non dal seppur sempre convincente Jared Leto). Accolto bene dalla critica e con buoni incassi in patria e all’estero, il film è stato anticipato da tre cortometraggi legati all’universo cyberpunk inaugurato anni fa con il lavoro di Ridley Scott: i primi due diretti da Luke Scott, ovvero 2036: Nexus Dawn, incentrato su Niander Wallace – interpretato sempre da Jared Leto. Il secondo, 2048 Nowhere To Run, che narra le vicende di Sapper Morton, e infine Il terzo cortometraggio, Black Out 2022, un anime ambientato nel 2022, diretto dal maestro dell’animazione giapponese Shinichiro Watanabe – autore del celeberrimo Cowboy Bebop.

Come già precedentemente fatto per Trainspotting 2 e Ghost in the Shell, mi trovo a dover analizzare un prodotto artistico che può essere inserito nel grande calderone – in questi ultimi anni sempre più pieno – contenente una sorta di ribollita in chiave anni ’80 – ’90 che, almeno nel cinema (e in parte anche nella musica) rispecchia, a mio personalissimo parere, una drammatica mancanza di idee dovuta in parte all’irruente ingresso degli impianti narrativi imposti dai prodotti seriali trasmessi a ritmo frenetico in piattaforme come Netflix, e che hanno relegato il cinema – almeno per il momento – a media un po’ ignorato e trascurato da tutti, spettatori e addetti ai lavori. A farne le spese è il prodotto filmico in sé, spesso condannato dalla sua durata a non soddisfare più le esigenze di fruizione degli spettatori, tarate su serie TV da minimo otto puntate da 50 minuti l’una. Ne consegue che, sempre più spesso, al cinema si assista a spettacoli che superano tranquillamente le due ore e mezza di durata, rendendo faticosa (per chi non è abituato) la fruizione di film che abbiano al loro interno una struttura narrativa complessa. Blade Runer 2049 fa parte di questa categoria, condannato dal ritmo lento dovuto ad alcune discutibili scelte in fase di sceneggiatura (troppo spazio dato alla pseudo storia d’amore tra K e la fidanzata virtuale Joi, troppo marginale e raffazzonata la parte dell’organizzazione dei replicanti ribelli – che ci sia un sequel?). Il film di Villeneuve fa parte di un’ulteriore sottocategoria di quel calderone sopraccitato, ovvero quella dei lungometraggi “riesumanti” attori ormai anziani che si ritrovano a dover dare il loro contributo in questa grande rievocazione dei tempi che furono. Nello specifico, il malcapitato è il povero Harrison Ford che, dopo Indiana Johnes 4 e Star Wars 7, torna a recitare nelle scene d’azione ambientate nel triste futuro dei replicanti, in un’angosciante metafora della deriva geriatrica presa dalla nostra società contemporanea in ogni settore lavorativo e sociale.

Venendo al film, Blade Runner 2049 è un ottimo prodotto, spettacolare, visivamente impeccabile e dalla storia intrigante. Ma se andrete al cinema speranzosi di respirare le stesse atmosfere del suo precedente rimarrete delusi, non perché vi troverete di fronte a un prodotto inferiore, ma semplicemente perché qui stiamo parlando di un’altra cosa. Blade Runner era un noir esistenzialista ambientato in un futuro che rispecchiava in maniera lucida i timori di una società umana che ormai negli anni ‘80 si avviava verso una lenta depersonalizzazione, all’alba di quella che qualche anno dopo sarebbe stata chiamata globalizzazione. Macchine, replicanti, inquinamento, città al neon… erano diventati le materializzazioni di una cinica sfiducia nel progresso, figlia forse delle troppe tensioni a livello globale all’indomani dell’avvento del nuovo corso Reaganiano. Blade Runner 2049 è invece un film di fantascienza puro e semplice in cui, al posto della struggente rappresentazione della macchina senziente del primo film – che, nel momento in cui prende coscienza di sé, si rifiuta di accettare l’ineluttabilità della morte – tenta il colpaccio mettendo in scena i replicanti in grado di riprodursi, una rivelazione che, di fronte alle atmosfere Cartesiane evocate da Ridley Scott, si ammanta di una banalità abbastanza difficile da lasciar correre. Blade Runner 2049 non rispecchia alcuna paura per il futuro, semmai una consapevolezza che le cose sono andate proprio nella peggior direzione possibile. L’alienazione amplificata che si respira nel 2049 è forse lo spauracchio che Villeneuve è riuscito a portarsi dietro direttamente dal 2017, forse influenzato pesantemente dal caso della star di Netflix Black Mirror, con al centro la storia d’amore tra K e la sua fidanzata-ologramma Joi, una sorta di Siri 2.0 con tutte le implicazioni immaginabili del caso. Non starò qui a scrivere elucubrazioni sulla condizione umana contemporanea smartphone-dipendente sempre più vicina a quella dei replicanti umani-non umani del film, né su altre metafore che certamente fioccano con una tale facilità da diventare un po’ retoriche. Mi limito a dire che, esattamente come molti film del calderone revival usciti in questi ultimi anni, Blade Runner 2049 ricorda da vicino quei cibi molto gustosi che però lasciano un gustaccio in bocca alla fine del pasto. Quel gustaccio non è altro che la consapevolezza di aver assistito a un surrogato di qualcosa di molto più elaborato, magari più curato e spettacolare, ma sempre un surrogato. Si possono apprezzare gli sforzi ammirevoli di creare una continuità filologica della diegesi con il film precedente, come il riproporsi della commovente tecnologia analogica che qui prende una fastidiosa deriva vintage – vedi la macchina crea sogni della dottoressa Ana Stelline; le automobili volanti che riprendono la forma di quelle del vecchio film… – e soprattutto delle musiche realizzate in parte da Hans Zimmer, il cui sforzo di riprodurre l’eco di quelle leggendarie scritte da Vangelis vale a mio parere il prezzo del biglietto. Per il resto, non c’è molto di più.

In definitiva, quando andrete a vedere questo film, sedetevi in poltrona privi di aspettative: è il segreto per non rattristarsi.

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