Cinema News — 18 marzo 2014

Il successo della serie televisiva Boris ha portato al conseguente approdo sul grande schermo nella primavera del 2011. Il film è sempre diretto da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. Boris – il Film mantiene la stessa verve della serie televisiva: dissacrante e ironico stavolta prende di mira il cinema italiano che dopo un passato illustre che tutto il mondo ci invidia (Fellini, Monicelli, De Sica …) è ormai diventato la “fabbrica” della commedia facile, banale e trash: quei “cinepanettoni” che fanno però grandi incassi ogni anno e fanno ridere (ma anche “piangere”) il grande pubblico.

Il film inizia con le riprese di una nuova fiction che la sgangherata troupe di Boris sta girando: una miniserie sulla vita del giovane Ratzinger interpretato da Stanis La Rochelle. René però non è affatto soddisfatto e quando rifiuta di girare una scena a rallentatore che risulta troppo ridicola litigherà con Lopez minacciando di andare a lavorare per la concorrenza e deciderà di mandare tutto all’aria lasciando i suoi collaboratori senza un lavoro. “Allora non hai capito un cazzo! Questo Paese non ce l’ha una concorrenza, la concorrenza siamo noi, siamo sempre noi … Ferretti sei finito, finito!” gli urla Lopez mentre René lascia il set.

Dopo mesi di silenzio e di crisi Lopez ricontatta René per convincerlo a girare l’ennesima soap scadente: Sottaceto. Ma Ferretti decide di accettare la proposta di Sergio di girare un importante film per il cinema tratto dal libro d’inchiesta La Casta: un film d’autore “alla Gomorra”, best seller di Roberto Saviano sul mondo affaristico e criminale della camorra, diventato un film di Matteo Garrone premiato dalla critica al Festival di Cannes del 2008. La Casta è firmato da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, due giornalisti del Corriere della sera. Il libro, che riporta sprechi e privilegi ingiustificati della politica italiana, ha ottenuto un successo notevole superando, a dicembre 2007 il tetto di 1,2 milioni di copie vendute. A fine 2008 è uscita la versione aggiornata (non una ristampa) del best-seller, col sottotitolo “… e continuano ancora a esserlo” e con l’aggiunta di un capitolo extra.

René parte sconfitto già dall’inizio, nessuno crede veramente che possa girare un film impegnato come La Casta: “Le soluzioni per fare questo film, Renato, sono due. O fai l’impepata di cozze, oppure fai il film alla Michael Moore. E te di Michael Moore non c’hai niente. Né la credibilità, né il talento documentaristico, né il team di avvocati alle spalle. Manco la panza di Michael Moore c’hai!” gli spiegano i tre sceneggiatori “cani” de Gli occhi del cuore. Nessuno è disposto a rischiare a meno che non si faccia quella che i tre tremendi sceneggiatori definiscono “l’impepata di cozze”: “Un film cioè verosimile metaforico da spacciare come storia universale.” Iniziano così per René le numerose traversie per dare vita ad un film di qualità: comincia a cercare lo sceneggiatore giusto, tradisce Duccio, Itala, Biascica e il resto della troupe per lavorare con dei seri professionisti tenendo con sé solo Arianna e Alessandro. Stanis addirittura tenterà il suicidio, disperato per non essere stato scelto da René per interpretare la parte di Gianfranco Fini (che nel film non c’è). Sceglie come protagonista femminile la migliore attrice italiana: Marilita Loy, personaggio timido, umile e autocritico (chiara parodia di Margherita Buy e della sua proverbiale bravura e timidezza). Ma presto subentreranno i primi problemi: tutti gli sceneggiatori che incontra non lo convincono, una di loro è una psicopatica, un altro chiede almeno un anno di tempo per scrivere, un altro ancora è troppo remissivo. Alla fine René decide, a malincuore, di far scrivere il copione ai tre sceneggiatori de Gli occhi del cuore i quali hanno adesso a disposizione una squadra di scrittori “schiavi” che compongono le sceneggiature a posto loro. Ferretti però sin dall’inizio delle riprese si sentirà un pesce fuor d’acqua non essendo abituato a lavorare in modo preciso e professionale. Un violento litigio con il direttore della fotografia, troppo snob per i gusti di René, porrà fine alla collaborazione con i nuovi professionisti e porterà al ritorno della vecchia troupe corsa subito in soccorso di Ferretti. Le cose però inizieranno a prendere una brutta piega: le scene inevitabilmente saranno girate in modo approssimativo fino a tornare al “classico” metodo “alla cazzo di cane”; ogni sequenza verrà disturbata da Stanis che travestito da Fini si intrufolerà nel mezzo delle riprese per dare la sua “magistrale” interpretazione del presidente della Camera dei deputati; René sarà costretto a scegliere Corinna per una parte e infine l’attore protagonista, il bravissimo Francesco Campo (Claudio Gioè), morirà dopo un’overdose. Presto René e Sergio scopriranno di essere vittime di un fraintendimento e di non avere dei produttori che finanzino il loro film. Così si vedranno costretti a scendere a compromessi e a girare un imbarazzante ma proficuo “cinepanettone”: Natale con la Casta. Per l’occasione Glauco (Giorgio Tirabassi), il regista amico di René, impartirà lezioni di “cinepanettone” ai tre sceneggiatori: “Tutti i personaggi che prima vedevamo con occhio critico per via delle loro malefatte diventano positivi. Ladri, tangentisti, corrotti, sono positivi … I protagonisti di Natale con la Casta saranno simpaticissimi bastardi italiani abbronzati e corrotti a cui piace mettere le mani sulle tette. Però noi le tette le dobbiamo pensare come l’utopia di Galeano. Diceva che l’utopia è come l’orizzonte: tu fai due passi avanti, quello s’allontana di due passi. Tu fai tre passi e quello s’allontana di tre passi. Allora dice: a che cosa serve l’utopia? Serve a camminare. E allora, a che cosa servono le tette nel nostro film? A sbiettare, a incassare, a fare i soldi!”

Anche al cinema René alla fine è costretto a cedere al sistema e ad abbassarsi a girare una commedia natalizia come tante, che fanno il pienone nei cinema italiani. Anche in questo film vince il “brutto”: in una delle scene finali, durante la prima di Natale con la Casta, mentre tutto il pubblico ride a crepapelle tra flatulenze, “tette”, “culi”, parolacce e il tormentone “E ‘sti cazzi!” di Nando Martellone, per René non c’è proprio niente di cui andare fiero e guarda serio lo schermo rassegnato al suo destino di regista mediocre. “La nostra casa è la televisione. È come la mafia: non se ne esce se non da morti” aveva spiegato a Sergio all’inizio del film sapendo in cuor suo che alla fine sarebbe ritornato in tv: nell’ultima scena di Boris – il Film infatti sarà di nuovo al servizio della Magnesia a girare Il Giovane Ratzinger.

Non mancano in Boris – Il Film i personaggi più noti, sketch divertenti e le battute tipiche della serie televisiva: c’è Nando Martellone che porta in giro per i teatri i suoi tormentoni: E sti cazzi! e Bucio de culo!; Corinna sempre più “cagna” che confessa ad una giornalista che Carla Bruni le ha rubato un’idea: “Si, io ho fatto un piccolo errore di valutazione perché io in tre anni d’accordo con il mio agente dovevo diventare la Ferilli e invece ho sbagliato obiettivo perché bisognava puntare sulla Francia! Perché tu ti compri una bella casetta a Parigi, t’impari un po’ di francese, bonjour, bonsoir e hai fatto! Che poi, questo non lo scrivere però, eh, l’idea di puntare Sarkozy, ma di chi era? Era mia, no? Solo che quella s’è informata, perché se informa, e ce si è fiondata. Detto questo, ora io penso ad altro, vado avanti. Penso, a Putin!”; le uscite di Biascica grande “intenditore” di “cinepanettoni”: “Arturo, so’ papà. Mamma c’è? No? Vabbé, dije così a mamma: dije che stammo a gira’ ‘na scena dove ce sta’ uno che fa ‘na scoreggia e mi è venuta in mente lei. Aspetta, dije anche che se l’avessimo vista insieme avremmo riso. Capito?”; i tre sceneggiatori che vincono a poker l’Oscar che Nicola Piovani (che fa un cameo nel film) vinse nel 1999 per la colonna sonora de La vita è bella di Roberto Benigni: “Lo sapevo che prima o poi vincevo l’Oscar”, dice uno dei tre afferrando la statuetta.

Anche in questo film si fa satira politica come quando Lopez, che cerca in tutti i modi di continuare a produrre brutte serie per il grande pubblico, ormai teme di essere retrocesso nella sezione cinema dove: “ci sono i registi che non si lavano, che puzzano di zolfo, i dirigenti con la salmonella che tra di loro si chiamano “compagno, consigliere” … Cristo René! Io non me li voglio mettere quei golfini pelosi con quegli occhialetti alla Gramsci! Dopo la sezione cinema c’è la radio, dopo la radio c’è la morte!” Il peggio che si possa immaginare per un burocrate asservito al potere come lui.

Non poteva mancare anche in questo caso un riferimento ironico a Berlusconi: quando Glauco impartisce ai tre sceneggiatori lezioni di “cinepanettone” dà loro un incipit per aprire il film: “L’Italia è il Paese che amo. Qui, ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti …”  Questo altro non è che l’inizio del discorso che Silvio Berlusconi pronunciò in televisione il 26 gennaio 1994 per annunciare la sua discesa in campo politico e tutti i suoi buoni propositi per far funzionare al meglio lo Stato. Molti anni prima di metterlo economicamente e moralmente in ginocchio. Un inizio dunque degno di un brutto “cinepanettone”.

 

 

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