News Serie TV — 10 febbraio 2014

Una rubrica sull’unica serie alternativa italiana: Boris, La fuoriserie italiana. Una fiction nella fiction per dissacrare il nostro sistema televisivo e cinematografico. Un appuntamento settimanale che verterà sui diversi aspetti di questa metafiction: stile, personaggi, i rimandi alle fiction made in italy e i più o meno velati riferimenti alla realtà italiana, l’umorismo e uno sguardo su Boris – Il film.

 

Boris – La “fuoriserie” italiana: caratteristiche e stile

 

La fiction italiana è vittima da tempo di una sterile standardizzazione che porta alla creazione di prodotti già visti, politically correct, intrisi di banalità e retorica. Niente a che vedere quindi con l’originalità dei serial americani (Lost, Dottor House, Sex and the city) che hanno conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo.

Boris – La fuoriserie italiana, insieme a Romanzo Criminale, è forse il prodotto televisivo italiano più originale e interessante degli ultimi anni. Fiction di nicchia, nata sul satellite (Fox) nel 2007, ha subito conquistato successo di pubblico e di critica approdando solo nel 2011 sulla tv generalista (Rai 3).  Una serie fuori dal comune, una fiction che parla della fiction, della televisione e del nostro Paese. Primo esempio di metafiction. Una fiction che fa riferimento a se stessa, si “autocita”, in un gioco di continui rimandi: tre autori (Torre, Vendruscolo, Ciarrapico) e una troupe (veri) che riprendono e creano le storie di una troupe fittizia che sta girando una pessima soap. Un metalinguismo che per la prima volta viene trattato sul piccolo schermo dopo esempi magistrali al cinema come 8 ½ di Federico Fellini ed Effetto Notte di François Truffat. Ma a differenza di questi film Boris non è una celebrazione della fiction bensì una dissacrante parodia dell’apparente mondo dorato della tv, uno sguardo sull’ “infernale” vita dei set televisivi. Personaggi che sembrano surreali sono invece lo specchio di una realtà che riflette la crisi e la stanchezza di un intero Paese. Un Paese dove stagisti precari lottano con le unghie e con i denti per un misero stipendio, sopportando umiliazioni e frustrazione; sceneggiatori arricchitisi scrivendo serie tv scadenti; registi e professionisti che si arrendono al “brutto”, disillusi ormai dal loro lavoro; attori e attrici “cani”. Macchinisti ed elettricisti brutali che prendono il sopravvento sugli stagisti riducendoli a muti servi, un direttore della fotografia cocainomane, un delegato di produzione avido e menefreghista: questi e tanti altri personaggi kafkiani si muovono dietro le quinte de Gli occhi del cuore, figure tanto surreali quanto reali. Questo è il quadro per niente rassicurante che Boris dà della realtà, un racconto innovativo che rompe gli schemi tradizionali della fiction anche sul piano strutturale.

Tutto comincia quando Alessandro (Alessandro Tiberi) riesce a partecipare come stagista alla produzione di una soap opera: Gli occhi del cuore 2. Rappresentando “l’ultima ruota del carro” sin dal primo giorno viene umiliato e schiavizzato dal resto della troupe e capisce ben presto che il mondo della fiction non è quell’ambiente patinato che appare agli occhi di tutti. È invece una realtà fatta di cinismo, sotterfugi e superficialità. Gli occhi del cuore è l’imbarazzante prodotto di questa realtà. Una soap così brutta che la prima stagione è stata eliminata dal palinsesto. I responsabili di questo “lavoraccio” sono tre simpatici sceneggiatori scansafatiche (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti) che attireranno l’ira di molti.

Il regista René Ferretti (Francesco Pannofino), deluso dal cinema, ha abbandonato i progetti di qualità e impegnati per lavorare in un ambiente poco stimolante solo perché viene ben pagato, tanto che non ha nessun problema a girare tutte le scene con il metodo definito “alla cazzo di cane”. Porta sempre con sé sul set il suo “portafortuna”, un pesciolino rosso che ha chiamato Boris (in onore di Boris Becker, famoso tennista), al quale si rivolge nei momenti di sconforto. L’attrice protagonista, Corinna Negri (Carolina Crescentini) bella e stupida, è riuscita ad ottenere la parte perché amante del produttore della serie, il potente dottor Cane ed è definita da René e da tutta la troupe “cagna maledetta” proprio per la sua totale incapacità a recitare. Il “divo” de Gli occhi del cuore è invece Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti): pieno di sé, superbo quanto idiota crede di essere un grandissimo attore, forse il migliore in Italia e definisce in modo dispregiativo “troppo italiana” qualsiasi cosa o persona non all’altezza del suo “talento”. Il regista René dovrà fare i conti costantemente con i capricci degli attori ma anche con le assurde pretese del delegato di rete Lopez, sottomesso al dottor Cane, che inventa le più inconcepibili trovate per alzare gli ascolti.

Boris per gli argomenti che tratta e per il modo in cui li affronta è sicuramente una serie innovativa: a partire dalla sceneggiatura con una struttura narrativa non fissa ma che spazia tra diversi modelli seriali. La prima stagione, a parte le ultime due puntate, è priva delle classiche linee orizzontali presenti nelle serie televisive: sono linee di racconto che proseguono da un episodio all’altro e spesso riguardano relazioni amorose o l’evoluzione dei personaggi. Queste saranno maggiormente presenti a partire dalla seconda stagione di Boris. Ogni episodio è incentrato sui vari aspetti del mondo della soap opera, per questo possiamo parlare di Boris come una fiction nella fiction: infatti Gli occhi del cuore ricorda molti prodotti seriali italiani ma anche stranieri. Basta dare uno sguardo all’interminabile soap statunitense Beautiful o alle nostrane Centovetrine e Vivere per trovare dei punti di incontro: classiche soap opera costituite da intrecci amorosi, uomini e donne potenti che si fanno la guerra a colpi di pacchetti azionari, morti improvvise, resurrezioni miracolose, dialoghi e situazioni spesso paradossali. Su queste caratteristiche fa leva l’ironia di Boris, ma anche sulle intromissioni e richieste assurde della rete e dei produttori. Come quando nell’episodio 9 della prima serie, Una questione di principio, René è costretto a rigirare una scena delle prima stagione de Gli occhi del cuore nella quale la dottoressa Giulia, interpretata dalla “cagna” Corinna, accetta di effettuare un aborto. Questo scatena l’ira della Chiesa Cattolica e il Dottor Cane ordina categoricamente di cambiare il finale della puntata in questione. Questo naturalmente porterà non pochi problemi a René e a tutta la troupe e dimostra come nella realtà spesso chi realizza una fiction è sottomesso alle critiche e alle ingerenze esterne ed è obbligato a tagli e censure per evitare proteste o, nel peggiore dei casi, la chiusura della serie.

I tre sceneggiatori appaiono spesso, durante le puntate di Boris, in dei brevi “inserti visivi” intenti a scrivere la sceneggiatura della soap in maniera tragicamente superficiale. Le loro scene sono ricche di personaggi basiti, termine che verrà usato in continuazione perché i tre non brillano certo in inventiva. Hanno anzi inventato un comodo metodo di lavoro per non ingegnarsi troppo con la scrittura: abbinano a ogni parola usata frequentemente un tasto veloce del pc, per esempio f3 per “perplesso”, f4 per “basito”, f5 per “sconcertato” . Di solito nelle soap ogni episodio tende proprio a finire con il primo piano di uno dei personaggi che ha un’espressione persa nel vuoto e preoccupata, per non dire basita. Uno degli stilemi più interessanti della serie è l“inserto visivo” ovvero una breve scena che va ad inserirsi improvvisamente all’interno di un’altra scena creando un effetto che può avere diverse funzioni: a volte visualizza le fantasie dei personaggi, altre volte enfatizza quello che viene detto nei dialoghi o lo contraddice oppure si tratta semplicemente di un flashback. Nella prima puntata di Boris, per esempio, uno degli inserti indica un pensiero di René che, in seguito ad un litigio con Corinna, che si rifiuta di dire una battuta, spiega in maniera chiara e dissacrante come la “cagna” sia riuscita ad avere la possibilità di modificare il contenuto dei dialoghi. L’inserto visivo in questione mostra la testa bionda di Corinna, chinata tra le gambe del Dottor Cane, intenta a fargli una fellatio, che le assicura che può dire quello che vuole.

Ma in Boris sono presenti anche degli espedienti narrativi specifici del genere della sit-com. Uno di questi è la running gag ovvero un elemento che ricorre in tutta la storia ma non si sviluppa molto. Non si tratta di una sottotrama ma piuttosto di uno sketch ricorrente come accade, per esempio, nella prima puntata di Boris: la gag consiste nei tanti nomi affibbiati dalla troupe allo stagista Alessandro. Renè lo chiama con nomi sempre diversi, Stanis gli dà un soprannome senza senso cioè “Seppia”, Arianna, la diligente assistente alla regia, lo chiama inizialmente “coso”. Questo tende a spiegare anche quanto poco interesse ci sia nei confronti delle persone sul set, visti solo come delle macchine da sfruttare e ha lo scopo di introdurre un elemento comico che in questo caso non si limita al pilota ma si snoda lungo tutti gli episodi.

I personaggi di Boris rimarranno sempre ancorati ai loro difetti, ai loro modi di fare ma nel corso delle puntate si potranno riscontrare dei tentativi di cambiamento. Come per René, che vive un continuo conflitto interiore, diviso tra la rassegnazione al proprio ruolo di regista di fiction mediocri e il desiderio di tornare a fare prodotti di qualità. L’unico vero cambiamento, in negativo, è quello dello stagista Alessandro: con il tempo il ragazzo inizierà ad accettare la vita del set, ad entrare nei meccanismi perversi di questo mondo e a vedere come normali atteggiamenti che prima considerava inaccettabili.

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