News Serie TV — 10 marzo 2014

Boris racconta con toni grotteschi e talvolta surreali le vicende tragicomiche dei protagonisti: incapaci che occupano ruoli di rilievo, potenti sadici che si divertono a esasperare i più deboli in un ambiente in cui regna il cinismo e la cattiveria gratuita. Come spiega lo stesso Mattia Torre, uno dei tre sceneggiatori e registi della serie, è difficile dare una sola definizione di umorismo in Boris, tante sono le sfaccettature: comicità di situazione, dialoghi brillanti, humour dissacrante e a tratti demenziale con l’immancabile struttura sadica del racconto in cui gli sceneggiatori si divertono a porre sulla strada dei loro personaggi continui problemi.

Quello che, però, rimane allo spettatore è una specie di amara malinconia di fondo: anche nel momento in cui si ride di gusto scatta una sorta di inconsapevole  riflessione sulla disastrosa situazione dei protagonisti che è, come già spiegato, una condizione reale per molti. Come quando Biascica maltratta Lorenzo, lo stagista schiavo, trattandolo senza alcun rispetto, arrivando pure a menarlo, o nel momento in cui Alessandro chiede disperatamente a Sergio di essere pagato per potersi mantenere e si vede costretto ad accettare 150 euro lordi a settimana.

Un po’ come accadeva nella cosiddetta “commedia all’italiana”: genere impegnato che aveva tra i suoi massimi esponenti Mario Monicelli, Pietro Germi, Vittorio De Sica e Ettore Scola. Si basava su una narrazione che raccontava la realtà: infatti accanto ai momenti comici e agli elementi tipici della commedia tradizionale si affiancava con ironia una pungente satira di costume dell’Italia degli anni ‘60/’70.

Anche quando sembra che la narrazione scivoli nel retorico e nel sentimentale le cose cambiano subito anche attraverso una semplice battuta che ripristina il ritmo comico. Come quando René, stufo dei capricci di Cristina che si rifiuta di piangere in una scena, le fa un discorso profondo e tristemente vero: “Senti Cristina sono molto stanco … io ho quasi cinquanta anni e la casa mezza sfondata … la cosa grave è che qui a me mi stanno facendo fuori, hai capito? Io presto dovrò reinventarmi tutto e credimi che a cinqanta anni non è facile. Tu sei una ragazza giovane, tu prendi duecentomila euro per sei mesi di lavoro quando c’è gente che per mille euro al mese sfonda le strade con il martello pneumatico e lotta per vivere una vita di merda … io penso che sarebbe bello per una volta vedere le cose nella giusta ottica e fare semplicemente il proprio dovere, senza capricci, senza problemi …” Dopo un discorso del genere ci si aspetterebbe una risposta all’altezza, magari una presa di coscienza da parte di Cristina che si limita a chiedergli molto seccata: “Hai finito di attaccarmi la “pippa” René?”

L’ inserto visivo è un altro meccanismo comico, già citato: è una breve scena che si inserisce improvvisamente all’interno della narrazione e serve spesso ad enfatizzare i dialoghi, a rappresentare il pensiero di un personaggio o è semplicemente un flashback. Frequenti sono, per esempio, gli inserti che mostrano gli sceneggiatori intenti a “cazzeggiare” e a inventarsi qualsiasi espediente pur di lavorare il meno possibile: copiando le sceneggiature delle fiction straniere e addirittura facendo una seduta spiritica per avere qualche suggerimento per scrivere i dialoghi. Con questi toni demenziali si vuole raccontare la totale superficialità con la quale i tre scrittori si approcciano al loro lavoro.

Boris ha saputo trattare argomenti in chiave comica da sempre considerati tabù per la televisione generalista, mettendo alla berlina abitudini e convenzioni anche attraverso l’uso di un linguaggio e di situazioni politicamente scorrette. Si fa leva con sarcasmo su degli stereotipi spesso tristi che purtroppo caratterizzano un modo di pensare comune. Come il razzismo e la tendenza in Italia a discriminare spesso extracomunitari che diventano i capri espiatori di qualsiasi misfatto. Durante la seconda stagione di Boris Lorenzo, promosso da “schiavo” ad aiutante di fotografia, si scontrerà con i colleghi che non hanno la sua stessa passione per il lavoro e che preferiscono fare le cose “a cazzo di cane”. Considerandolo un elemento di “disturbo” gli tenderanno un agguato e lo piccheranno in gruppo per dargli una lezione. Lorenzo non sapendo chi sia stato ma sospettando di parte della troupe, nella puntata Un tuzzo, si sfoga con Sergio (uno degli aggressori insieme ad Itala) il quale prima fa finta di non sapere niente e poi per allontanare ogni sospetto a fine puntata gli spiega: “Me so’ informato, ho scoperto chi è stato a menatte l’altro giorno! ‘Sti bastardi! Ma ‘o sai chi è stato? I rumeni! So’ stati i rumeni, quelli del campo qua dietro. So’ proprio un problema pe’ tutto il quartiere, ‘sti bastardi!”

Molte gag sono ricorrenti nel corso delle puntate: come quella dei tanti nomi affibbiati ad Alessandro da Stanis che lo chiama “Seppietta”, o da Arianna alla quale all’inizio non importa nemmeno qual è il suo nome e poi finirà con denominarlo per un po’ di tempo “coso”. René invece lo chiamerà sempre con nomi diversi (Fabrizio, Francesco …) anche quando diventerà il suo coinquilino

Un altro tipo di sketch frequente è la famosa battuta del comico Martellone  “bucio de culo!”, un vero e proprio tormentone di Boris, richiesto da molti anche sul set tanto che nella terza serie diventerà un pezzo dance di successo.

Gran parte del successo di alcuni sketch è anche dovuto all’ottima prestazione degli attori come quella di Corrado Guzzanti nella parte di Mariano Giusti, l’attore che ne Gli occhi del cuore interpreta il malvagio conte. Il personaggio è surreale, psicotico; da poco convertitosi al cattolicesimo, afferma di parlare con Gesù Cristo. Guzzanti darà ulteriore conferma del suo talento di trasformista quando interpreterà anche la parte di Padre Gabrielli: guida spirituale di Mariano, venale e prestato alla camorra, come prete lascia molto a desiderare: “Ma che t’importa che faccio io domenica? Io n’aggiu mai det’ messa in vita mia e non voglio cominciare … è l’unico giorno che ho per stare con mio figlio!” . La carica comica di entrambi i personaggi in questo caso è dovuta in gran parte all’interpretazione e alla verve di Guzzanti e alla somiglianza con i surreali personaggi del suo repertorio con i quali ha conquistato il grande pubblico: come Vulvia, il santone Quelo, il poeta Roberto Robertetti e molti altri.

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