News Serie TV — 03 marzo 2014

Un episodio della prima serie di Boris s’intitola Qualità o morte, parole che René pronuncia orgoglioso dopo aver vinto un prestigioso premio per un cortometraggio “impegnato”. Nemmeno lui crede veramente in quello che dice e lo dimostra rassegnandosi comunque a lavorare “alla cazzo di cane”. René Ferretti diventa così l’emblema di una società, di un intero Paese.
L’immagine dell’Italia che viene fuori da Boris è infatti quella di un Paese allo sbando, il Paese del precariato, del vivere alla giornata, aggrappandosi anche al lavoro meno dignitoso per tirare avanti. Come Orlando Serpentieri, importante attore di Teatro, scelto per fare la parte di nonno Alberto ne Gli occhi del cuore, che sia abbassa a fare una squallida soap per esigenze economiche, facendosi anche raccomandare da un ministro per avere la parte. Quando lo stagista Alessandro lo riconosce si meraviglia che Serpentieri partecipi ad una soap: “Ma come fa a passare dal Macbeth a nonno Alberto de Gli occhi del cuore 2?”  e l’attore sconsolato gli spiega: “Tra i due c’è una cosa chiamata mutuo.” René addirittura arriva a chiedergli di non impegnarsi troppo nella parte e di fare delle espressioni “a cazzo di cane” per non far sfigurare Corinna e Stanis, pessimi attori.

I tre sceneggiatori sono poi l’esempio del pressapochismo che dilaga in Italia: non intendono impegnarsi minimamente nel loro lavoro, non aspirano a creare un prodotto di qualità che dia loro una soddisfazione personale oltre che un lauto conto in banca. Se la ridono invece delle stupide scene che scrivono consapevoli che un pubblico di nonne, mamme e ragazzine apprezzerà entusiasta il loro “sforzo”. Il pubblico dei “cinepanettoni”, dei reality, dei “tronisti”, l’italiano medio in sintesi non vuole programmi impegnati e “scomodi” ma cerca la leggerezza. E allora perché darsi da fare e creare un prodotto di spessore se i telespettatori vogliono il “trash”? Questo sembrano dire con il loro comportamento i tre cinici sceneggiatori e non è facile dargli torto. L’Italia è piena di talentuosi scrittori (e non solo) ma le loro capacità non riescono ad emergere perché non conviene, perché non è quello che le produzioni televisive cercano, perché è il pubblico che spesso si accontenta di standard bassi.

L’episodio L’epifania in Boris 3 si apre con la paradossale intervista ad uno sceneggiatore di soap “pentito” che ha il volto coperto e la voce modificata per non essere riconosciuto, come se fosse un vero delinquente. L’intervistatore gli chiede cosa si sente di dire ai parenti delle vittime e subito dopo compare un “inserto visivo” che mostra una signora anziana morta davanti al televisore. Lo sceneggiatore risponde che non può chiedere loro di perdonarlo perché è gravissimo quello che ha fatto ma consiglia ai giovani sceneggiatori di trovare un limite e piangendo li prega di non rassegnarsi al “brutto”. Si tratta di un grottesco espediente per ironizzare su come la tv generalista con i suoi prodotti stereotipati abbia ucciso la qualità e abituato i telespettatori ad accontentarsi di programmi banali e qualunquisti spegnendo l’interesse verso una tv migliore. Forse davvero in futuro per scrivere fiction si ricorrerà semplicemente ad un robot, come quello acquistato dalla rete milanese per la quale René all’inizio di Boris 3 pensa di lavorare. Inserendo nel programma personaggi e una bozza di trama e scegliendo se si vuole un dramma o una commedia, il robot-sceneggiatore scrive direttamente l’intero copione.

E poi Alessandro e Lorenzo, i due schiavi disperati, precari, bistrattati: cosa ne sarà di loro? I loro destini si incroceranno per poco poi prenderanno due strade diverse. Alessandro rimarrà il solito sfigato che si barcamenerà tra colloqui fallimentari (raccomandato invano da René) e tentativi di diventare uno sceneggiatore, nella vana speranza di trovare un posto sicuro e ben retribuito. Ormai entrato nei meccanismi perversi delle televisione non si farà scrupoli a pagare pur di avere  i risultati di un test per diventare sceneggiatore di una fiction. Mentre Lorenzo, protetto dallo zio senatore, salirà di livello diventando un vero operatore, attirandosi l’antipatia di tutta la troupe che non vede di buon occhio la sua pignoleria che li costringe ad impegnarsi maggiormente nel loro lavoro. Non cambia molto alla fine di Boris, se non i personaggi, quelli come Lorenzo e Alessandro che all’inizio erano mossi da vera passione, da spirito di collaborazione e voglia di imparare. Il mondo del lavoro, la vita sul set di una “semplice” fiction cambierà loro i connotati e impareranno anche loro a sopraffare, a ragionare con cinismo e a mettere da parte i sogni di gloria accontentandosi del minimo sindacale pur di rimanere aggrappati, con le unghie e con i denti,  al loro miserabile posto di lavoro. Homo homini lupus.

Il metalinguismo di Boris viene espresso anche attraverso il rinvio ad altre fiction e al mondo del cinema. Gli omaggi in questione riguardano serie di successo americane che sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Come la pluripremiata serie Lost divenuta parte della cultura popolare americana. Il primo episodio di Boris 2, La mia Africa, parte prima, cita l’inizio della puntata pilota di Lost, quando Jack si trova in mezzo alla jungla, sdraiato in stato confusionale. Anche Alessandro si trova per terra, spaventato, che guarda con gli occhi sbarrati il cielo mentre i suoi colleghi cercano di soccorrerlo. La citazione si può notare da diversi elementi: l’inquadratura dell’occhio, quella del cielo, e quella nella quale sia Jack che Alessandro si voltano verso sinistra e vedono un animale. In Lost si tratta di un cane, in Boris di una tigre in gabbia. Altra citazione è quella della serie televisiva 24: l’episodio Usa la forza, Ferretti mostra più eventi che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi, espediente usato nella serie americana in questione. Lo schermo viene diviso in quattro parti (split screen) e al centro viene mostrata l’ora in formato digitale. Si possono vedere, ad esempio, Stanis che aspetta il ciak, René a colloquio dal suo editor, Duccio preoccupato per la scena che deve girare e Itala che mangia un panino. Questa puntata di Boris rimanda anche ad un’altra serie, definita la capostipite delle fiction di successo di oggi: I segreti di Twin Peaks, ideata da David Lynch e Mark Frost e trasmessa all’inizio degli anni ‘90. Il viaggio che René fa attraverso il bosco per raggiungere Tarzanetto può essere paragonato a quello che l’agente Dale Cooper di Twin Peaks fa, sempre all’interno di un bosco, per raggiungere “La Loggia nera”. Inoltre il modo incomprensibile di parlare di Tarzanetto ricorda la strana parlata del nano di Twin Peaks. 

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