News Serie TV — 11 gennaio 2014

A Walter White viene diagnosticato il cancro. Ma Walter White è orgoglioso e non lo dice a nessuno. Suo cognato, agente dell’antidroga, lo invita ad assistere a una retata. Una botta di vita, dice lui. Walter accetta, seppur a malincuore. In fondo, che male c’è. Il ricercato è il produttore e spacciatore di metanfetamine più famoso della città. È un ragazzo, e alle superiori ha frequentato le lezioni di chimica del Professor Walter White. Le loro strade si sono appena incrociate e non si divideranno più.

Definita da molti la più bella serie tv mai scritta, Breaking Bad ha appassionato per sei anni non solo il pubblico americano, ma un’intera schiera di utenti internet che hanno fruito del download più o meno legale per rimanere “in pari” con la programmazione originale. E basta guardare il punteggio assegnatole su Metacritic (il sito che somma i giudizi della stampa specializzata statunitense) per rendersi conto di come i critici d’oltreoceano abbiano osannato lo show di Vince Gilligan.

La prima stagione parte in sordina. Tanto la narrazione quanto le tematiche ruotano attorno alla malattia del protagonista, professore di chimica frustrato che cerca di ottenere con la produzione e lo spaccio di metanfetamine una somma cospicua da lasciare alla moglie e ai figli. Ma le conseguenze delle sue azioni, in queste prime sette puntate, saranno già irreparabili. Un uomo normale che comincia una doppia vita dedicata al crimine non può che farsi sfuggire la situazione di mano.

Nella seconda stagione gli affari cominciano a girare, pur con tutte le difficoltà del caso: l’evoluzione di Walter continua mostrando i primi sprazzi di una pericolosissima megalomania. Ma nonostante Breaking Bad sia la serie di Walter White, è necessario soffermarsi sul suo improbabile compagno di (dis)avventure, ovvero il ragazzo che gli apre le porte del narcotraffico. Jesse Pinkman è instabile e immaturo ma, a differenza del “signor White” – come rispettosamente sempre lo chiamerà – sicuramente più umano e sensibile.

La terza e la quarta stagione presentano un corpus diegetico strettamente collegato, nel quale ai due personaggi sopra citati viene affiancato il temibile Gus Fring, che darà una svolta alla carriera criminale della coppia di cuochi (così vengono definiti, nel gergo, i produttori di metanfetamina), dilatandone a dismisura i proventi economici. Tutto sembra finire nella quarta stagione, ma ecco che la quinta riparte da zero e s’invola verso una storia più complessa e un doppio finale che non ha nulla da invidiare alla cinematografia più alta, non solo americana.

Definita dal suo creatore un drama con rari ma intensi momenti di pura comedy, Breaking Bad è un prodotto complesso, tanto da seguire quanto da spiegare. Si addentra, affrontandoli con encomiabile coerenza, nei meandri della bassa criminalità prima, e in quelli delle organizzazioni illegali quasi istituzionalizzate poi, in un disegno nel quale la caccia all’uomo si fa epica e rocambolescamente imprevedibile. Non ci sono soltanto i personaggi finora citati: Hank, il cognato di Walter, è un poliziotto integerrimo e pronto a tutto pur di acciuffare il leggendario Heisenberg (il soprannome con cui Walter si fa chiamare dai narcotrafficanti); Skyler, sua moglie, darà al protagonista non pochi problemi raffigurando tutto il novero possibile delle reazioni alle quali una donna “normale” può andare incontro quando la sua quotidianità finisce per sconvolgersi in maniera inaspettata; Walter Junior, suo figlio, conferisce alla storia quel tanto di riflessione sul rapporto col proprio padre che è tipico di un’America fondata sull’aura ancora resistente del capofamiglia; Marie, la moglie di Hank, non soltanto è funzionale a “colorare” le vicende di ingenuità e schizofrenia, ma alleggerisce una trama che, specialmente nella prima stagione, si fa quasi insostenibile. Tuttavia, ripetiamo volentieri che Breaking Bad è la serie di Walter White: un personaggio così memorabile che difficilmente sarà eguagliato negli anni a venire. Nell’arco di cinque stagioni, lo vediamo alle prese con personaggi e situazioni al limite del possibile, ma tutti rigorosamente verosimili. Il suo è il viaggio di un (anti)eroe che sembra segnare una profonda trasformazione, ma che in realtà rappresenta un folgorante ritorno alle origini in territori del tutto nuovi e inesplorati, con i quali prenderà via via più dimestichezza, confidenza e gusto. Poche serie come questa hanno, ad esempio, affrontato in modo così mirabile le conseguenze della morte. A partire dal cancro di Walter, fino ad arrivare ad ogni morte accidentale e ad ogni omicidio, Breaking Bad non dimentica le sue vittime, condanna i suoi personaggi alla colpa e al martirio in una trasfigurazione dalla quale non si salva nessuno.

Ottima prova per tutti gli attori, in particolare per Bryan Cranston (Walter) che nei sei anni di programmazione ha fatto incetta di premi, fra i quali i prestigiosi Emmy Awards. Ma in questi anni hanno vinto diversi riconoscimenti anche Aaron Paul (Jesse) e Anna Gunn (Skyler). La serie, inoltre, si è aggiudicata nel 2013 il premio come miglior serie drammatica. Non bisogna poi dimenticare l’esilarante personaggio dell’avvocato Saul Goodman, interpretato dal bravissimo Bob Odenkirk, sul quale Vince Gilligan ha dichiarato di voler incentrare uno spin-off, attualmente in fase di pre-produzione.

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