Cinema News — 12 settembre 2013

Regia: Rufus Norris

Genere: Drammatico

Paese: UK

Anno: 2012

Durata: 91’

Voto: 7,5

Primo lungometraggio di Rufus Norris e presentato a Cannes 2012, Broken pone fin dal principio due punti fermi, distanti undici anni l’uno dall’altro: la vita e l’approssimarsi della morte. Entro di essi, il percorso, quello della protagonista Skunk, ragazzina diabetica che ha cominciato a lottare per vivere fin dal suo primo respiro e che nei titoli di testa vediamo appendersi prima ai tubicini di un’incubatrice, poi a quelli di un respiratore, in entrambi i tempi tenuta per mano e richiamata alla vita dal padre.

Sono solo uomini le figure importanti per Skunk, abbandonata assieme al fratello dalla madre: Archie, il padre, Mike, l’insegnante e amico, Dillon, il compagno con cui intreccia una relazione e Ricky, il vicino minorato mentale con cui solo lei riesce a rapportarsi.

Mentre Skunk è in coma, noi assistiamo alla sua storia, a quel percorso fatto di punti di rottura tra un prima e un dopo, tra le vacanze estive e l’inizio di un nuovo percorso scolastico, tra l’infanzia e l’adolescenza, tra l’equilibrio e il momento in cui tutto si frantuma sotto i colpi di un’aggressione.

Se consideriamo la casa di Skunk come centro in cui impuntare un compasso seguendo la cinepresa alzarsi sopra di esso, il semicerchio che tracceremo incontrerà perfettamente le altre due dimore, e quindi famiglie e quindi vite, che ricopriranno un ruolo fondamentale in questa storia, articolata in episodi drammatici spezzati anch’essi nei diversi punti di vista di chi li ha vissuti e così disseminati nella narrazione filmica.

Tre famiglie, tre vicini di casa nei sobborghi londinesi, tre nuclei squilibrati chi dall’abbandono di una donna chi da quello della sanità mentale: tre vite spezzate.

La famiglia di Skunk, che così tanto ricorda la Scout di Robert Mulligan e che vive anch’essa senza madre e con un padre avvocato chiamato a difendere qualcuno da false accuso di stupro, quella delle sorelle Oswald, violente lolite iper protette da un padre geloso e violento e quella di Rick, la cui aggressione da parte del padre delle vicine puntellerà quel punto di rottura sotto i piedi di Shunk che getterà nell’incertezza la sua ormai disillusa visione della vita e dei rapporti.

Un evento scatenante, l’aggressione, che percuoterà le sue certezze e i suoi ideali con la stessa forza e la stessa imprevedibilità usate dal signor Oswald contro Rick, prima, e contro Mike, dopo, o dalle vicine educate alla sopraffazione e al bullismo. Una violenza sociale, cruda, tramandata dai più grandi ai più piccoli e che educa i primi a spaventare e annientare i secondi.

È una nuova condizione quella in cui la ragazzina si affaccia al mondo dei sentimenti e del sesso che vede usare come una scappatoia, un’arma di ritorsione e distruzione attorno a sé.

In questa girandola che circonda la casa di Skunk e che si espande a raggiera nella sua vita, il mondo degli adulti sembra un inciso spezzato tra i pensieri e la crescita dei ragazzini, abbandonati dalle proprie madri o, come Rick, intrappolati dalla follia ma ancor prima dalla violenza sociale in una nebbia maligna e di cattiveria che sembra stagnare sul loro quartiere e sulle loro teste. Una realtà fragile e incerta in cui la vita della ragazza dipende dalla tracciatura quotidiana dei valori nel sangue e dalle iniezioni di insulina (e di coraggio). Una quotidianità, la sua, da cui emerge la necessità di costruirsi col fratello un rifugio segreto, timorata dalla paura di subire nuovi abbandoni e dagli interrogativi sulla possibilità di un futuro in un mondo in cui va sempre tutto male e succedono solo cose brutte. Un mondo a cui la ragazzina aveva sempre risposto con la bontà (che sul finale Rick, accusato dalla comunità di esserne privo, cercherà di rubarle attraverso il respiro) e la gioia di vivere, una volontà che si era imposta fin dalla sua nascita.

E quando tutto sembra senza risoluzione, quando il mondo sembra un posto pessimo in cui vivere e senza via d’uscita, quando la tristezza che impregna l’aria di periferia si alza come nebbiolina dal film e raffredda lo spettatore, il consiglio che viene lasciato cadere sul percorso è quello di allontanarsi per avere una prospettiva. Skunk si allontanerà molto, si spingerà fino ai limiti della vita, o della morte, per riguardare la sua vita, i suoi protagonisti, quel momento legato a un secchio giallo che, cadendo, ha fatto precipitare gli avvenimenti e ritrovare dietro di sé quello che è davvero importante e che non l’ha mai abbandonata: chi, alla sua nascita, già aveva sognato la sua vita futuribile, che appare quasi più certa del suo presente, garanzia di un benessere che in quella semicirconferenza sembra introvabile.

Un evento, sul finale, renderà tragicamente possibile per tutte e tre le famiglie la chiusura del cerchio e la mano che lo traccerà sarà proprio quella Skunk che, come inciterà a pensare Mike, ci sorprenderà tutti.

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