Archivio film Cinema Eventi News — 28 Mag 2018

Un bambino di dodici anni si presenta in tribunale.

Il giudice: “Perché accusa i suoi genitori davanti alla giustizia?”

Zain: “ Per avermi dato la vita”.

Zain è un bambino che non esiste, non ha documenti, ha 12 anni circa poiché non è mai stato dichiarato dai genitori. Nelle strade di Beirut, Zain mendica o vende qualsiasi cosa pur di portare qualche centesimo ai genitori che lo sfruttano e lo maltrattano. Zain è arrabbiato con loro: perché l’hanno messo al mondo se non hanno modo di amarlo? Zain così impara presto a cavarsela da solo, ma soprattutto decide di prendersi cura della sorella di undici anni, Sahar, perché teme che possa essere data in matrimonio al miglior offerente. Ma non c’è mai limite alle sue pene e alla sua collera. Il fortunato incontro con Rahil, immigrata etiope con un neonato, sembra segnare l’inizio di una nuova vita, ma sarà solo l’inizio di un nuovo cafarnao. Eppure la tenacia può sempre far rinascere il sorriso.

Nadine Labaki sembra aver perso qualche granello del suo ottimismo privilegiando un più crudo realismo, costellato raramente dalla sua solita ironia. Sette anni dopo E ora dove andiamo? (2011), un’audace commedia drammatica sulle tensioni religiose in Libano, selezionata a Un Certain Regard, la regista libanese che si fece conoscere per Caramel (2004), il suo primo lungometraggio, entra in competizione al 71° Festival di Cannes con Capharnaüm, un dramma crudo e perturbante sul maltrattamento dei bambini in Libano. A metà strada tra il documentario e la finzione, il quinto film di Labaki continua a sondare le faglie della società libanese, denunciando l’ingiustizia, l’incoerenza e la tragicità di una miseria senza speranza. Attraverso lo sguardo intenso di Zain, la regista ci conduce nella babele quotidiana degli ultimi di Beirut che vivono tra baracche, immondizia e malessere. Il film racconta, dunque, il percorso di Zain d’iniziazione a un inferno da cui cercherà con determinazione una via di fuga.

In collera contro i genitori per averlo messo al mondo senza avere i mezzi di offrirgli una vita decente, Zain, inoltre, non ha documenti, nessuna prova della sua esistenza. Attraverso la lotta quotidiana del bambino dallo sguardo consapevole e la lucidità di un adulto, Capharnaüm si pone come megafono di chi non ha accesso a diritti fondamentali come l’educazione, la salute, l’amore, e non ha voce per denunciarlo. Convinta del potere rivoluzionario del cinema, Labaki fa del suo film il grido d’aiuto di tutti coloro che non esistono o che non vivono, secondo il concetto di quella che si può considerare vita. La regista che non smette di interrogarsi sul suo Paese, incrocia punti di vista, voci e temi rimettendo in discussione il sistema prestabilito. Oltre il maltrattamento infantile, l’immigrazione clandestina, il concetto di frontiere e la loro assurdità, la necessità di avere un foglio di carta per provare la propria esistenza, il razzismo, la paura dell’altro, l’immutabilità del diritto sui minori sono altrettanti filtri di cui si serve la regista per indagare la realtà.

Per raccontare la complessità della situazione che ha richiesto una lunga documentazione, Nadine Labaki si è inevitabilmente circondata di interpreti la cui vita assomiglia a quella dei personaggi. «Gli attori dovevano essere delle persone che conoscessero le condizioni in questione […] Lo dovevo a tutti quelli per cui questo film servirà da stendardo per la loro causa», afferma la regista che mette in scena attori professionisti affianco a non professionisti. Tra questi il piccolo Zain, dal viso magro e gli occhi scuri, interpretato magnificamente da Zain Alrafeea, la madre di Zain ispirata a una donna che ha sedici figli che vivono nelle stesse condizioni del film, o Souad, ispirata a una donna che ha veramente nutrito i suoi figli con zucchero e ghiaccio.

Capharnaüm, dunque, vuole trasportare lo spettatore nel frastuono assordante e nella polvere di una città rappresentata come un grande suq, raccontando con esattezza, lucidità e sincerità un dramma altamente commovente a cui riusciamo a perdonare anche i difetti. Il quinto film di Labaki non è un’opera perfetta, ma ha il potere di arrivare al cuore con una storia che implora di metter da parte il giudizio. “Che ne sapete voi della miseria?”, riecheggiano le parole che la madre di Zain, in tribunale, rivolge all’avvocato del figlio, interpretata dalla regista stessa. Nadine Labaki ascolta e lascia parlare. Questo è tutto ciò che chiede agli spettatori.

 

 

 

 

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