Archivio film Cinema News — 08 Ottobre 2020

Ebbene, l’11 Settembre sarà per moltissimo tempo, anzi, forse per sempre, ahinoi, ricordato per essere stato il nefasto giorno del crollo delle Torri Gemelle.

Ma è anche, non scordiamolo mai, il giorno del compleanno di uno dei massimi cineasti, stavolta per fortuna nostra, non solo cinefila, tuttora viventi e creativamente travolgenti.

Ovvero, il grandissimo Brian De Palma. Che per l’appunto, lo scorso 11 Settembre, ha tagliato l’importante traguardo delle ottanta sue lucenti, oramai eterne primavere.

Brian De Palma, omaggiato dal nostro caporedattore, Fabio Zanello, col suo imprescindibile saggio monografico intitolato La scrittura dello sguardo – Il cinema di Brian De Palma. Scritto in collaborazione con Massimiliano Spanu.

Oggi recensiamo uno dei massimi film di Brian De Palma, ovvero Carlito’s Way coi premi Oscar Al Pacino e Sean Penn.

Un film all’epoca assai sottovalutato, totalmente snobbato dagli Academy Awards come d’altronde sempre avvenuto nei riguardi di De Palma, cineasta geniale, maestro inderogabile della Settima Arte più suprema ma un regista troppo scomodo, forse sempre troppo avanti per poter compiacere i gusti abbastanza ruffiani, politicizzati, retrivi dell’Hollywood dei premi e delle paillettes. Infatti, nella sua pur sconfinatamente grandiosa carriera, nonostante i suoi tantissimi capolavori, De Palma non ha mai ricevuto una nomination.

Un regista che non ha certo bisogno di presentazioni, un nome irrinunciabile per chi ama il Cinema maiuscolo, un director superbamente sperimentalista ai limiti dell’ombelicale narcisismo isterico, un maestro innovatore, un rivoluzionario irrefrenabile, un avanguardista perfino tanto cinefilo lui stesso da essere macroscopicamente tacciato, ah, che orrido errore, per un imitatore di Hitchcock, per un pedissequo, sterile metteur en scène vacuamente riciclatore di stilemi già visti.

No, De Palma tutt’al più ha frullato il Cinema, la sua magnificenza visiva, nella rimembranza reinventiva del déjà vu ciclopicamente filtrato dalla sua barocca creatività mastodontica, un infermabile, poliedrico camaleonte della macchina da presa, un voyeur della bellezza ai confini della più sovrana immaginazione masochistica e del suo perenne, galoppante mai esser domo nel saggiare, plasmare, architettare e rimodellare nuove, intriganti idee folgoranti, un regista spasmodicamente riformista delle sue stesse traiettorie formali. Un cannibale addirittura della sua stessa poetica, sviscerata, esplorata e rivivificata illimitatamente e ad libitum di pellicola in pellicola, attraverso uno sguardo continuamente in cerca di altre prospettive estetiche e diegetiche.

Ma parliamo di Carlito’s Way.

Film della durata di due ore e 24 min, uscito nelle nostre sale il 22 dicembre del 1993, in pieno periodo natalizio.

Sceneggiato da David Koepp, il quale si è basato su due romanzi di Edwin Torres, appunto Carlito’s Way ma soprattutto After Hours.

La produzione, per non creare confusione con l’omonimo, ben differente film di Scorsese, Fuori orario, decise di scegliere come titolo quello della prima novel.

Trama…

Siamo nella New York del 1975. Il portoricano Carlito Brigante (Al Pacino), grazie a un ardito intrallazzo del suo avvocato truffaldino, David Kleinfeld (Sean Penn), è uscito dal carcere prima del previsto, ove era stato detenuto per essere stato uno dei maggiori spacciatori di droga della città. Una volta libero, Carlito torna nel suo vecchio quartiere. Ma si accorge subito che molte cose sono cambiate. E la gente non è più quella di una volta. Nemmeno la criminalità è la stessa, come se fossero andati perduti, soltanto nel giro di una manciata d’anni, tutti i codici d’onore del rispetto e delle gerarchie tra i capimafia.

Carlito non è più interessato a quei giri loschi di spaccio clandestino, vuole rimanere pulito. E, sbrilluccicante e balenante, in testa gli scintilla solo lo sfavillio di un impossibile, grande sogno che chimericamente lo ossessiona da mattina a sera. Fare soldi per fuggire lontano da tutti e godersi la vita in una dorata isola dei Caraibi.

Semmai, viaggiando e approdando verso quest’idilliaco lido con la sua ex, la donna che ha sempre amato e mai dimenticato neppure quand’era in prigione, Gail (Penelope Ann Miller).

Così, diventa il proprietario di un night club, “El Paraiso”. Un locale comunque alquanto malfamato, frequentato da loschi individui come il pusher Benny Blanco (John Leguizamo).

Intanto, Kleinfeld si è infilato in un pericolosissimo vicolo cieco per colpa di aver commesso uno sgarbo imperdonabile alla famiglia Taglialucci.

E forse, per l’ennesima volta e a causa dell’imprevedibile concatenarsi degl’implacabili, fatali eventi negativi, il sogno di libertà di Carlito s’infrangerà nuovamente contro la dura, efferata realtà invincibile e mortale.

Al Pacino e Sean Penn sono straordinari, il film ha un ritmo eccezionale, De Palma spinge tutto sull’acceleratore sin all’esplodere irruento, emozionante e fiammeggiante della tragedia d’un finale, è il caso di dirlo, al cardiopalma, fra auto-citazioni e sfrontate sfrenatezze mirabolanti di una m. da p. mobilissima, fra lunghi, strepitosi piani sequenza e soggettive indimenticabili.

Ottima fotografia di Stephen H. Burum.

Un filmone!

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