Cinema News — 02 febbraio 2014

Titolo originale: The Immigrant
Regia: James Gray
Soggetto: James Gray, Rick Menello
Sceneggiatura: James Gray, Rick Menello
Cast: Marillon Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: John Axelrad, Kayla Emter
Scenografia: Happy Massee
Musiche: Chris Spelman
Produzione: James Gray, Anthony Katagas, Greg Shapiro, Christopher Woodrow
Distribuzione: Bim Distribuzione
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2013
Durata: 120 minuti

Il melò è un genere trasversale, nato a teatro e approdato al cinema, soprattutto in quello americano degli anni Quaranta e Cinquanta. Basato su un uso enfatico e quasi parossistico del sentimento, dovrebbe far commuovere, o quantomeno indignare e far soffrire, in un crescendo catartico che generalmente culmina con un finale tragico o particolarmente malinconico.
Già dalle prime sequenze, gli intenti di James Gray sono apparsi subito chiari: tributare un omaggio a questo tipo di cinema, ormai poco frequentato dalle produzioni statunitensi ed europee, avvalendosi di una regia che facesse tornare alla memoria i fasti del genere. Con l’ottima fotografia di Darius Khondji – soffusa, velata di ocra scuro quasi come un vecchio dagherrotipo ingiallito – la pellicola è ambientata negli anni Venti e racconta il drammatico approdo a Ellis Island di Ewa, una donna polacca, e di sua sorella Magda. Quest’ultima non supera il rigido controllo medico e viene subito confinata in ospedale per un periodo di sei mesi. Ewa è disperata, ma sembra subito trovare rifugio nelle gentilezze di un uomo che la salva dal rimpatrio dandole ospitalità. Cinico impresario di un teatro burlesque, Bruno rivelerà presto la sua natura, costringendo la donna a lavorare per lui, fino a prostituirsi per pagare le cure di Magda. Se è vero che un buon melò si basa su un forte conflitto, emotivo e sentimentale, il film di Gray ne sviluppa due fin dall’inizio: la passione non corrisposta di Bruno nei confronti di Ewa e l’umiliante calvario della donna finalizzato al ricongiungimento con la sorella. Tuttavia, C’era una volta a New York non arriva neanche lontanamente alle viscere dello spettatore. Il difetto principale dell’ultima opera del regista americano è quello di aver scritto, insieme con Rick Menello – già coautore con Gray dell’ottimo Two Lovers – una storia povera di sussulti, prevedibile in molte sequenze, che non esalta minimamente le doti dell’attrice Marillon Cotillard (Ewa). Nonostante l’uso di personaggi semplificati e schematici non sia proprio inconsueto nel genere, in questo caso la ridondante reiterazione degli stessi schemi espressivi rende il ruolo di Ewa davvero troppo debole e inconsistente. Deludenti anche le soluzioni registiche, troppo intente a celebrare un modo di narrare innocuo e ordinario, che finiscono per ridursi all’uso eccessivo del primo piano sul volto sofferente della Cotillard.
Da segnalare, invece, la prova più che convincente di Joaquin Phoenix (Bruno), attore feticcio di Gray, che offre un’interpretazione intensa e coinvolgente, diventando di fatto il vero protagonista del film. Merito sicuramente di una scrittura ad hoc, più attenta e complessa: come in Two Lovers, Gray e Menello danno il meglio nel ritrarre e descrivere con acutezza personaggi maschili, portatori di tormenti e desideri irrealizzabili. C’era una volta a New York può inoltre consolarsi con la ricchezza e la minuziosità delle scenografie e delle ambientazioni, indubbiamente suggestive e realistiche, tipiche di una New York capace di brutalizzare anche l’anima più pura.

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