Cinema News — 10 luglio 2013

Cha cha cha (2013) è il film che non ti aspetti da un regista come Marco Risi: figlio del grande Dino e noto soprattutto per i cosiddetti film “neo-neorealisti” (Mery per sempre, Ragazzi fuori, Il branco) e per alcune opere di denuncia (Il muro di gomma, Fortapàsc), realizza invece un ottimo noir-poliziesco; dunque, puro cinema “di genere” in un momento in cui proprio il “genere” in Italia affronta momenti di crisi alternati a speranze di rinascita. Risi, visto il suo background cinematografico, non possiede la mano spettacolare dei maestri del nuovo poliziesco italiano (Fragasso, Soavi, Sollima, Placido), ma dirige con solidità una vicenda appassionante e in certi momenti anche impegnata. La storia si svolge a Roma ai nostri giorni, e vede come protagonista l’ex poliziotto Corso (Luca Argentero), ora detective privato che indaga per conto di Michelle (Eva Herzigova) sulla vita del figlio sedicenne. Quando il ragazzo muore in quello che sembra un incidente, l’investigatore segue invece la pista dell’omicidio: muovendosi tra agenzie di intercettazioni, piccoli criminali e loschi uomini d’affari, Corso rimesta nel torbido e scopre verità scottanti legate alla morte di un imprenditore.

Le sue indagini sono ostacolate non solo da alcuni killer, ma anche dal commissario di polizia Torre (Claudio Amendola). Cha cha cha sembra quasi un’involontaria risposta alla rappresentazione onirica e “felliniana” della Roma che vediamo ne La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino: la città raccontata da Risi è sicuramente più realistica (come tipico del suo stile), una Roma “nera” e violenta (grazie anche alla fotografia del compianto Marco Onorato, che predilige i toni cupi), fatta di personaggi ambigui, detective privati, poliziotti corrotti, donne bellissime, fotografi alla ricerca di scandali, piccoli delinquenti, personalità importanti che si muovono nell’ombra. E poi c’è la vita notturna, fra discoteche e festini nelle ville (da qui il titolo, a dire il vero fuorviante), altrettanto corrotta di quella diurna. Ci sono dunque tutti gli elementi del noir, con uno stile però lontano dall’estetica “pulp” che oggi va per la maggiore, e più vicino invece alla tradizione italiana e francese (un po’ anche “alla Raymond Chandler”, se vogliamo).

I protagonisti entrano nella parte con professionalità, senza strafare. Luca Argentero, attore cinematografico e televisivo di fama sempre crescente, è alla seconda prova in un poliziesco (dopo un ruolo a latere nel Cecchino di Michele Placido), e possiede il volto giusto da “bel tenebroso” per questo detective dal passato oscuro (non sappiamo bene perché è stato espulso dalla polizia). La bellissima Eva Herzigova, nota più come fotomodella che come attrice, pur essendo abbastanza monocorde è efficace nel ruolo di Michelle, femme fatale molto sui generis. Claudio Amendola è grande come sempre, e il suo commissario Torre è uno dei personaggi più riusciti e ambigui del film: odioso, arrogante e in perenne lite con Argentero, è protagonista del memorabile twist conclusivo che spiazza lo spettatore e rimescola le carte in tavola. Significativi e ben delineati anche i caratteri del losco avvocato Argento (Pippo Delbono, attore e regista teatrale) e del misterioso intercettatore (Bebo Storti, famoso soprattutto nelle vesti di comico televisivo).

Il mondo descritto da Risi in Cha cha cha è “sotterraneo”, forse una rappresentazione metaforica dei tanti misteri italiani (ecco l’aspetto impegnato del film): da un’indagine apparentemente “comune”, Corso approda in palazzi dove vengono intercettate conversazioni segrete, scopre fotografie compromettenti, intuisce collusioni fra malavita e apparati dello Stato, polizia (forse) compresa. E tutto ciò quasi gli costa la vita, in quella che è l’unica vera sequenza d’azione del film: l’agguato a suon di proiettili e il conseguente inseguimento in metropolitana, realizzato in maniera eccellente e con la giusta dose di suspense. Anche se l’azione scarseggia, il ritmo è sempre sostenuto e il film appassiona lo spettatore dall’inizio alla fine, invitandolo a seguire le indagini di Corso attraverso una trama ben sceneggiata e senza inutili contorsioni: non a caso, visto che la sceneggiatura (su un soggetto di Marco Risi) è firmata dallo stesso Risi insieme ad Andrea Purgatori e Jim Carrington. Le musiche di Marco Benevento sono più che altro musiche d’atmosfera, brani cupi e tesi che evocano gli scenari tipici del noir, in contrapposizione con le melodie pop e dance che sentiamo durante le serate nei locali e nelle ville: una contrapposizione però solo apparente, perché dietro la facciata della “bella vita” c’è in realtà la prosecuzione notturna dei loschi intrighi giornalieri.

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