Archivio film Eventi News — 12 dicembre 2013

Il 5 Dicembre è uscito il libro “Cinema e Shoah, l’Olocausto dietro una cinepresa” di Camilla Lombardozzi. Presentato alla XII Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si è tenuta a Roma, al Palazzo dei Congressi, dal 5 all’8 Dicembre 2013.

Camilla Lombardozzi, nata a Frascati (provincia di Roma) il 12 Aprile del 1989, è al suo primo esordio come scrittrice di saggistica. Dopo essersi laureata in Scienze della Comunicazione, frequenta attualmente il primo anno di Magistrale in giornalismo all’Università di Roma, Tor Vergata.
E’ l’autrice di due racconti, “I due volti dell’innocenza” e “Un pesce fuor d’acqua”, entrambi pubblicati nelle antologie “Melodia Letteraria” e “Romagna Scrive”.
E’ redattrice del mensile “Il Segno”, del sito letterario Scrivendo Volo e del sito cinematografico Ciao Cinema, nonché Direttore Editoriale del sito web ibisbeticidomati.wordpress.com.

L’autrice ha scelto di trattare il rapporto tra cinema e Shoah, in quanto argomento da sempre controverso, oltre che affascinante ed in constante evoluzione. Con riferimento alla tragedia dell’Olocausto, infatti, il lungo percorso che ha visto il cinema divenire un importante strumento di conservazione della memoria storica non ha seguito una linea costante.

Gli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto sono gli anni del silenzio; l’orrore della shoah ancora troppo vivo, quasi tangibile, porta il Genocidio ad essere considerato un tabù, un atrocità troppo grande per essere raccontata su una pellicola cinematografica.
Le prime pellicole, non a caso definite “film di macerie”, si limitano a descrivere le lacerazioni materiali e morali di un Europa stremata dalla guerra, senza interrogarsi sull’ideologia razzista e totalitarista e sulle ambizioni imperialiste che avevano portato tanta distruzione.

Gli anni Cinquanta, invece, sono anni di cambiamento; il celebre romanzo autobiografico “Il diario di Anna Frank”, pubblicato nel 1952 e riprodotto in versione cinematografica nel 1959 dalla Twentieth Century Fox, nonché la diffusione delle opere di Primo Levi, contribuiscono a restituire un volto umano alla sofferenza generata dalla Shoah.
Sono testimonianze importanti che portano il lettore ad immedesimarsi nell’intima sofferenza dei protagonisti, con il loro carico di affetti, angosce e paure.
In ambito cinematografico, di particolare rilievo è il documentario del 1955 “Notte e nebbia” di Alain Resnais; l’impiego da parte del regista di molti materiali d’archivio rende la pellicola un documento di denuncia di grande impatto emotivo sullo spettatore, e di grande effetto è la stessa alternanza delle immagini in bianco e nero con quelle a colori, voluta dall’autore per evidenziare una contrapposizione tra passato e presente.
Queste tre testimonianze degli anni Cinquanta segnano un passaggio fondamentale nel percorso che porterà le rappresentazioni cinematografiche dell’Olocausto, inizialmente considerate immorali ed offensive, ad acquisire un posto di sempre maggior rilievo nello spazio pubblico e culturale.

Successivamente, con il manifesto di Oberhausen del 1962, nasce il Nuovo Cinema Tedesco, un movimento cinematografico sviluppatosi in Germania tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta che ha coinvolto una generazione di giovani registi. Il Movimento, nato come denuncia generale dell’immobilismo del cinema tedesco, dichiara apertamente la volontà di non rimuovere i tragici accadimenti del passato ma, al contrario, di metterli a nudo analizzandone le ragioni.
Non si tratta semplicemente di un superamento del passato, in quanto ad esso si accompagna un importante presa di coscienza da parte di questa nuova generazione, pronta ad interrogare i propri padri su quanto accaduto.

Nel periodo che va dagli anni Novanta ad oggi, infine, il mondo del cinema incomincia ad interrogarsi su nuove soluzioni attraverso cui rappresentare cinematograficamente il Genocidio; l’obiettivo di grandissime opere come “Schindler’s list” di Steven Spielberg (1993), “La vita è bella” di Roberto Benigni (1997), ed “Il pianista” di Roman Polanski (2002), è quello di trovare nuove formule che permettano non soltanto di diffondere la memoria storica della Shoah, ma di renderla viva anche nelle generazioni future.

Il libro, attraverso un analisi cronologicamente ordinata di singole opere cinematografiche, racconta efficacemente le diverse tappe di questo lungo percorso, non ancora conclusosi, che ha visto il rapporto tra cinema ed Olocausto declinarsi differentemente nel corso degli anni, e la scelta dell’autrice di dividere l’opera in quattro capitoli permette al lettore di cogliere le differenze nel modo in cui la Shoah è stata rappresentata da chi ha vissuto o assistito a questa esperienza tragica e le generazioni successive.

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