Cinema News — 11 febbraio 2013

Le frequenti stragi che hanno inginocchiato l’America hanno fatto mettere in discussione le leggi sulle armi. Troppo diffuse, c’è bisogno di un criterio che possa stabilire chi può e chi non può possederle? Tuttavia le armi ci sono sempre state. È l’uomo che preme il grilletto. Nascosto dietro un fucile c’è sempre un uomo, fatto di carne, ossa ed emozioni, attitudini, leggi morali. Cosa è cambiato quindi nell’uomo? L’uomo è ciò di cui si circonda: libri, riviste, fumetti ed anche film, videogame. Si potrebbe parlare a lungo dei motivi scatenanti di tali comportamenti, ma noi ci limiteremo ad analizzare il culto della violenza nel cinema. Quanto le pellicole che guardiamo influenzano le nostre inclinazioni comportamentali, il nostro sguardo sul mondo?

Il dibattito sulla violenza al cinema non si è mai concluso in modo decisivo. Questo a causa della soggettività intrinseca in ogni spettatore, quello che ne ricavo io guardando un determinato film è sicuramente diverso dal mio vicino di posto, in una sala cinematografica.

Fin dagli arbori, la rappresentazione della violenza è parte integrante della storia del cinema, ed è addirittura espressione della sua natura. I film western, i thriller, le pellicole di guerra, di avventura e dell’orrore sono tutti generi definiti in base al modo in cui rappresentano la violenza. Non a caso è la parola “Azione!” che dà inizio alla ripresa di ogni scena.

Ma come si fa ad additare un responsabile? È come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Ogni pellicola nasce dalla mente di un uomo, come è fatto di uomini il pubblico al quale si rivolge. Dunque è sono gli sceneggiatori, i registi che sputano violenza, oppure è lo spettatore, già predisposto di suo, che ne assimila un insegnamento sbagliato? Devono essere forse le autorità a censurare le immagini di violenza che possono in qualche modo forviare le giovani menti? Ma la censura stessa non è forse una forma di violenza?

Mentre scrivo mi rendo conto di aver farcito l’articolo di troppe domande. E allo stesso tempo non mi sento di cancellarne nessuna. La verità è che questo argomento, così controverso, non ha molte risposte. Solo tanti punti interrogativi, ai quali si può solo tentare di rispondere ed arginare le conseguenze.

Non può non venirmi in mente la scena di Kill Bill, di Tarantino, in cui La Sposa si scontra con gli 88 folli e non ne risparmia neanche uno, sotto i colpi della sua spada e della sua vendetta. È innegabile quanto lo spettatore si senta coinvolto, guardando questa scena, in un misto di adrenalina ed incitamento nei confronti del protagonista. Tuttavia esistono pellicole come Arancia Meccanica, in cui il protagonista è l’emblema di quella che viene definita “ultraviolenza”, un punto di rottura con la cultura e con ogni morale. Guardando la famosa pellicola di Kubrick non si può non restare amareggiati, a tratti disgustati dalle scene intrise di violenza che ci vengono proposte. Tuttavia non escludo che un piccola parte del pubblico ne possa invece ricavare piacere ed esaltazione.

Secondo Seymour Feshbach, psicologo che si interessa in particolar modo al discorso sulla violenza, questo genere di film potrebbe perfino provocare una catarsi, poiché stimola nello spettatore la scarica dell’aggressività latente, riducendo la possibilità di comportamenti violenti. Ma potrebbe benissimo essere il contrario: un temperamento violento appena sotto la superficie, potrebbe emergere grazie alla giustificazione trasmessa dal grande schermo. Si aziona un processo di desensibilizzazione, secondo il quale l’essere a contatto con tali visioni, condiziona gradualmente lo spettatore fino a condurlo alla percezione della violenza quale evento “normale”, affievolendo così la sensibilità nei confronti dei comportamenti aggressivi.

È un circolo vizioso in cui è difficile trovare un capro espiatorio. Come una gomitolo di lana ingarbugliato, dal quale è praticamente impossibile ritrovare i capi dei fili. Io penso che alla base di tutto ci sia l’uomo e la sua naturale propensione alla violenza, ognuno ne è fornito in diverse quantità, ne consegue che ogni essere umano viene condizionato in un modo tutto suo, in base alla propria storia personale. Il cinema, come l’arte in generale, è una forma di autoriflessione. Il sangue in fondo è solo un simbolo, ognuno ci vede quel che vuole: eccitazione, paura, disgusto, erotismo.

E voi come la vedete a riguardo, credete davvero che un film possa influenzare il comportamento di una persona?

 

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