Archivio film Cinema News — 26 ottobre 2014

Titolo originale: Razredni sovraznik
Regia: Rok Bicek
Sceneggiatura:Rok Bicek, Nejc Gazvoda, Janez Lapajne
Cast: Igor Samobor, Natasa Barbara Gracner, Tjasa Zeleznik, Masa Derganct
Fotografia: Fabio Stoll
Montaggio:Rok Bicek, Janez Lapajne
Scenografia:Danijel Modrej
Musiche: Frederic Chopin
Produzione: Triglav Film
Distribuzione: Tucker Film
Nazionalità: Slovenia
Anno: 2013
Durata: 112 minuti

In un istituto superiore in Slovenia il supplente di tedesco Robert eredita una classe da una collega in permesso per motivi di maternità. Il docente è austero e poco indulgente verso i discenti. Sabrina una delle allieve, dopo una deludente interrogazione subita da lui, si suicida. I compagni di classe attribuiscono la responsabilità della tragedia al professore e così intraprendono una guerra personale contro di lui.

Con Class Enemy, Rok Bicek, debuttante ventottenne nel lungometraggio, che ha mietuto parecchi elogi alla Settimana della critica della 70^ Mostra di Venezia, mette in scena un brutale affresco della scuola nel caos. Le inquadrature sulla classe sembrano riprodurre un materiale plastico che viene rimodellato man mano che l’azione procede fino allo sconcertante confronto finale fra il docente e gli allievi. Nonostante la tematica trattata, Class Enemy è un film quasi silenzioso e non soltanto per lo scarno commento musicale. Quando Robert si incaponisce a fare lezione a dispetto della scomparsa di Sabrina, il silenzio che cala nell’aula è agghiacciante. Questo uso violento del silenzio diventa lo sfondo di una tragedia che esplode progressivamente: gli studenti più egocentrici e ribelli come Nic e Luka si alzano per boicottare le sue lezioni su Thomas Mann.

In più abbiamo la sequenza altrettanto incisiva dei lunghi silenzi che scandiscono le interrogazioni orali di Robert, quando non mostra alcuna emozione di fronte alle risposte degli studenti. Quella di Bicek è un’integrità della visione ed è nell’invito a non distogliere lo sguardo che ritroviamo la vis corrosiva del regista, la pienezza della sua visione morale. Guardare dentro l’universo scolastico significa  anche immettervi qualcosa attraverso un processo che apre ad altri significati. Quando il cinema infatti riproduce un mondo, cambia l’ordine del mondo e lo vediamo nella diegesi quando Nic, Luka e gli altri nella stazione radio interna all’istituto mettono pubblicamente alla gogna il professore. Questi giovani sono indomiti sovvertitori di regole e di coscienze, scegliendo di combattere per una causa persa, respingendo ogni tentativo di mediazione attuato dalla preside. Si tratta del rifiuto all’asservimento a qualsiasi forma di condizionamento, per quanto possa garantire una preparazione culturale di alto livello in un insieme di sequenze che sono imperniate sull’invisibile: la vulnerabilità adolescenziale, la disumanizzazione delle istituzioni, in cui Robert viene marchiato dagli allievi come nazista dai ragazzi e l’ossessione autobiografica di Bicek, che si risolve in un’autonarrazione delle proprie zone d’ombra, di traumi giovanili che si configurano, si dilatano e si stagliano su una superficie collettiva.

Il “male” compiuto dagli studenti verso il supplente viene contrapposto con il pedale dell’accelleratore sempre premuto sul climax drammaturgico, a quel male invisibile, istituzionale che non si sporca le mani e agisce spesso e volentieri sotto le mentite spoglie dell’educazione austera e rigida del potere, che trasforma la didattica in un metodo di tortura. Un testo filmico questo coraggioso e radicale, che ci fa parzialmente dimenticare tanti film beceri sulla scuola, prodotti soprattutto in Italia, segnando un altro punto a favore della friulana Tucker Film, che persegue una saggia politica distributiva dei film cosiddetti marginali.

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