Archivio film Cinema Netflix News Serie TV — 06 Gennaio 2021

Creato da: Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Held

Cast: Ralph Macchio, William Zabka, Xolo Mariduena, Mary Mauser, Tanner Buchanan, Martin Kove

Di tutte le recenti serie televisive domiciliate a forza nella memoria collettiva degli anni ’80 e di come si comportavano cinema e televisione a quei tempi, Cobra Kai è la meglio piazzata ed è tutto sommato un’onesta comunicatrice di intenti. La serie ideata da Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Held sul soggetto originale di Robert Mark Kamen, trasmessa prima su YouTube Premium e poi acquisita dalla vorace Netflix, è visibilmente compromessa con la nostalgia e ha un’idea piuttosto lineare sul passaggio inesorabile del tempo e sull’influenza che esso è stato in grado di provocare nei celebri personaggi di Daniel LaRusso (Ralph Macchio) e della sua nemesi Johnny Lawrence (William Zabka). Non tanto in termini di presenza fisica sullo schermo, a tal punto che pur incartapecorito perfino il villain John Kreese (Martin Kove) regge il confronto con i colleghi, quanto piuttosto su un’ideale concezione di spin-off e trovare una chiave di accesso capace di trasformare un simulacro adolescenziale anni ’80 in un prodotto seriale a godimento globale perfettamente all’altezza delle aspettative.

Se è vero che la rivincita dei nerd non è soltanto il titolo di un film ma un manifesto esistenziale applicabile con estrema disinvoltura nell’odierna società, e certamente nell’industria di Hollywood, appare piuttosto comodo incamerare Cobra Kai in quella fucina inesauribile di prodotti che seguono la massa variegata di losers e disadattati sociali mentre risorgono a nuova vita impiegandosi in missioni cavalleresche. Cobra Kai vanta puntate miracolosamente sufficienti in termini numerici a garantire maturazione e apprendimento agonistico al ragazzino protagonista, Miguel (Xolo Mariduena), anche quando tutto ha un sapore lievemente pacchiano se si è affezionati al miglior kung-fu di Hollywood tra Bruce Lee e Matrix. Un’evoluzione in simbiosi con il peso spettacolare – volontariamente in bilico sulle opere di Serie B – che il telefilm è in grado di esibire contando su episodi dal minutaggio ridotto rispetto alla media: trenta minuti. Televisivamente parlando, a Cobra Kai e alla sua disinvolta veste fenomenologica potrebbe addirittura bastare uno degli insegnamenti mascherati del maestro Miyagi (Noriyuki ‘Pat’ Morita): quelli cioè in cui ti sembra di fare una cosa ordinaria (dai la cera-togli la cera), ma invece fai rovinare a terra un temibile avversario. Con Cobra Kai è lo stesso: sembra di assistere al banale ripescaggio dall’archivio cinematografico dell’infanzia e invece passa davanti agli occhi qualcosa di strutturato ed efficiente.

Approfittare dell’ospitalità di Netflix è tra l’altro un traino esemplare che ultimamente sembra fare bene alla salute di alcune produzioni. Però Cobra Kai ha abbondante Dna vincente nel suo corpo in virtù dell’originale cinematografico che sull’inaspettato, sul volgere il destino a migliori orizzonti ha in pratica basato la sua essenza. Il gioco di forza contro le debolezze personali e il competitivo mondo esterno aveva contagiato altri film adolescenziali e agonistici del periodo, da Voglia di vincere (1985) a Spalle larghe (1986), ma appare valido materiale ancora oggi. Trent’anni dopo Karate Kid, la serie interpretata da William Zabka e Ralph Macchio in una ripetuta congiuntura tra passato e presente, o meglio tra cinema e televisione, non si limita ad aggiornare l’anagrafica dei personaggi ma rimugina su un interessante paradosso generazionale per effetto del quale i teenager di allora sono tali nel mondo di oggi: costretti a combattere paure, fallimenti, risentimento. Non esiste gerarchia, il discorso si applica in egual misura ai protagonisti più giovani della serie, mentre si scatena il putiferio battagliero di assalti, mosse e contromosse di karate. La sola novità rispetto al passato è l’annessione del politically correct e delle sue implicazioni.

è chiaro che il karate di Cobra Kai è molte cose. è innocuo. Non sorprende, diverte. è il karate di uno show televisivo (lo dicono anche i protagonisti: la vita vera è tutta un’altra cosa). è un richiamo mnemonico per attivare due adulti irrisolti. Il karate di Cobra Kai serve soprattutto da valvola di sfogo a una problematica sociale che la serie fa subito sua illustrando l’incapacità degli adulti nell’affrontare il bullismo. L’esibizione convinta di violenza e morale fa parte di un programma di riqualificazione del genere dove la presenza di stereotipi classici (giusto e sbagliato, successo e fallimento, il buono, il brutto e il cattivo) è affiancata da una sfacciata dose di ironia che trova in Johnny Lawrence un formidabile esempio di idiota geniale (senza offesa, sensei). Johnny, vero collante con il passato, è rimasto agli anni ’80, non sa usare smartphone e internet, è un bevitore accanito di birra non dei drink glamour che affollano la serialità televisiva, le sue tecniche di seduzione sono repertorio da macho. Con LaRusso egli istituzionalizza ciò che era iniziato nel film del 1984 in un tira e molla conflittuale dagli esiti forse prevedibili nella terza stagione, eppure è evidente la volontà di entrambi nel voler fornire agli spettatori una più lucida consapevolezza di cosa siano diventati i loro personaggi nell’epoca dei rifacimenti e spin-off. Ciò che maggiormente convince in Cobra Kai è inoltre la diversa percezione dell’eroismo. La nobiltà d’animo degli anni ’80 incarnata dal maestro Miyagi qui non è più accettabile come uno standard narrativo e spettacolare fisso ma è una clausola di sopravvivenza valida per chiunque. Giovani e adulti. Perché nel frattempo il mondo ha cambiato frequenze, e non tutti possono permettersi di vivere sul filo della nostalgia o di romantiche ideologie. Occorre evolvere, e andare (finalmente) avanti.

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