News — 19 Dicembre 2018

Titolo: Cold War (Zimna Wojna)
Regia: Pawel Pawlikowski
Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski, Janusz Glowacki
Cast: Joanna Kulig (Zula), Tomasz Kot (Wiktor), Boris Szyc (Kaczmarek), Agata Kulesza (Irena)
Fotografia: Lukasz Zal
Scenografia: Katarzyna Sobanska, Marcel Slawinski
Montaggio: Jaroslaw Kaminski Psm
Produzione: Nathanaël Karmitz, Lizzie Francke, Rohit Khattar, Jonh Woodward, Jeremy Gawade, Daniel Battsek
Nazionalità: Polonia
Anno: 2018
Durata: 89 minuti
Premiato per la Migliore Regia all’ultimo Festival di Cannes, Cold War è la storia di un amour fou, tanto intenso quanto impossibile. Come il precedente Ida (2013), il regista polacco Pawlikowski punta su un bianco e nero che accentua la drammaticità dei volti dei protagonisti e si adatta alla perfezione all’Europa postbellica, indigente e prostrata, che è il punto di partenza del film.
Wiktor è un pianista di talento e un musicista colto e raffinato. Nella Polonia postbellica, la sua passione per jazz deve essere rinchiusa nell’armadio: chi vuole sopravvivere, deve assecondare il regime comunista. Così insieme a Irena, con la quale ha una relazione apparentemente poco passionale, si ritrova a raccogliere melodie popolari per le campagne polacche con l’obiettivo di creare un gruppo musicale folkloristico. L’idea ha la benedizione del regime, perché esalta l’anima del popolo e della classe contadina e proletaria.
Nel corso delle selezioni per inserire cantanti e ballerini nella nuova formazione, che si chiamerà Mazurek, Wiktor si imbatte in una ragazzina scialba ma dotata di personalità seduttiva, che è al contempo un’ottima artista. Si chiama Zula, e il suo desiderio irrefrenabile di entrare nell’accademia musicale nasconde in realtà l’esigenza di fuggire da un passato oscuro. Si dice, infatti, che la ragazzina abbia ucciso il padre che voleva abusare di lei e che abbia scontato per questo una condanna penale. Il mistero non fa che accentuare l’attrazione che Wiktor prova per Zula, che in breve tempo diventa la sua amante, ma anche la spia che denuncia ai capi comunisti ogni suo movimento. Zula non è immorale, è amorale: deve restare a galla in una situazione difficile. E ci riesce, fornendo solo informazioni marginali su Wiktor.
Siamo nel 1949. Da qui, Pawlikowski procede con salti temporali, per raccontarci una storia che si dipana su un periodo di quindici anni. Ritroviamo i due protagonisti a Berlino, nel 1952, quando ormai il gruppo folkloristico in cui Zula si esibisce e Wiktor ne dirige la parte musicale ha incontrato un discreto successo, coronato da tournée all’estero. Berlino rappresenta un’occasione d’oro per Wiktor: in quegli anni, è ancora possibile tentare la fuga all’Ovest e il musicista vuole farlo assieme a Zula. Ma la ragazza ha trovato nel gruppo un lavoro e una dimensione artistica, che valgono per lei più dell’amore che nutre per Wiktor. Il pianista scappa a Parigi da solo e fra i due amanti cala la cortina di ferro, che è anche un muro di silenzio. Nessuna comunicazione è possibile. Wiktor deve attendere l’ennesima tournée cui partecipa Zula per ritrovarla. È un fugace incontro, che sottolinea la distanza che ormai li separa. Wiktor, però, non demorde. In un successivo concerto a Spalato, nella Yugoslavia di Tito, il musicista accorre per incontrare la donna. Avvistato dal suo ex amico e manager della compagnia, Kaczmarek, non viene estradato in Polonia solo per la distanza ideologica che in quegli anni separa il blocco dell’Est dalla Yugoslavia.
Al rientro in Francia, anni dopo, un nuovo colpo di scena: Zula vi giunge da donna libera, grazie un matrimonio naufragato con un occidentale, e fra i due amanti si riaccende la passione. Stavolta nessun ostacolo politico si frappone alla loro felicità, ma la libertà consente a Wiktor e Zula di rendersi conto che quanto li unisce è forse più labile delle diversità caratteriali che li separano. La donna rientra in Polonia, e malgrado tutto Wiktor non resiste all’impulso di seguirla, pur sapendo che come fuggitivo in patria lo attendono la galera e i lavori forzati. E così accade, in un finale che non sveleremo, ma riavvicina i due amanti incapaci di sopportarsi a vicenda, ma anche di vivere separati.
Come suggerisce il titolo, il film è l’affresco di un periodo – dal 1949 al 1964 – in cui la guerra fredda lacera l’Europa, e in cui per ogni cittadino dell’Est, sotto la continua sorveglianza dei servizi segreti, ogni gesto è un atto politico e ogni scelta sbagliata può compromettere quel benessere minimale conquistato a fatica. Pawlikowski usa questi elementi solo come uno scenario in cui far muovere i due protagonisti. Al centro di Cold War, c’è una storia d’amore lacerante, al contempo romantica e velenosa. Un’attrazione fatale che per Wiktor e Zula è come una ragnatela destinata ad avvilupparli per sempre. Il regista sostiene di essersi ispirato ai suoi genitori per costruire la sceneggiatura: due persone diverse dai protagonisti, ma simili nella loro incapacità di stare insieme e nel desiderio che li lacerava quando erano lontani l’uno dall’altro.
Chi ha amato Ida (Oscar come Miglior Film Straniero nel 2015) anche per i contenuti storici e politici, forse potrebbe essere scettico sull’efficacia di Cold War. Il nuovo film di Pawlikowski va visto, tuttavia, come una storia d’amore, drammatica, in cui la musica riveste un ruolo importante, con due protagonisti sempre all’altezza e un’Europa ritratta con cupo realismo. In quest’ottica, Cold War non delude. Joanna Kulig e Tomasz Kot, con i loro volti capaci di esprimere al contempo passione e sofferenza, restano impressi nella memoria come un archetipo di amanti impossibili.

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