Cinema News — 08 ottobre 2013

Una Kabul distrutta dalla guerra, fotograficamente polverosa e sbiadita, è lo scenario di Come pietra paziente (The Patience Stone), film uscito in Italia la scorsa primavera e diretto dallo scrittore afghano Atiq Rahimi, passato dietro una m.d.p. per seguire l’adattamento. Di produzione franco-tedesca, il film trae origine dal primo romanzo in lingua francese dello scrittore, Pietra di pazienza, premiato nel 2008 con il riconoscimento francese Goncourt. Il prestigioso Jean-Claude Carrière ne ha curato lo script.

Se passando da un ”mezzo” a un altro, qualcosa si perde e qualcosa si guadagna, il film è stato contestualizzato in maniera geografica più precisa rispetto al racconto. Se nel romanzo si parlava di “da qualche parte, in Afghanistan o altrove”, qui si riconoscono Kabul e le montagne circostanti. Gli esterni sono ridotti all’osso però: tutto, o quasi, avviene in una stanza.

Una giovane donna, interpretata dalla bellissima Golshifteh Farahani (la stessa riottosa attrice che qualche anno fa posò nuda per Madame Le Figaro), si ritrova ad accudire un marito quasi privo di vita: ha un proiettile nel collo, non può parlare, non può muoversi e si mantiene con la flebo. La donna è da sola con due bambine, abbandonata dai fratelli e dalla propria famiglia. L’unico sostegno che ha è quello della zia che si prende cura delle figlie, e dà sollievo alle sue inquietudini raccontandole le proprie, così come le arguzie che è stata costretta a mettere a segno nel corso degli anni.

Si sente il rumore delle mitragliatrici e delle bombe all’esterno, mentre una donna passa un panno bagnato sulla fronte del marito, trattenendo un tasbeeh nella mano. Su una parete campeggiano una foto dell’uomo da giovane e un pugnale fissato al muro. Questa è la prima sequenza. La vita della donna è già tutta qui e l’episodio raccoglie e annuncia i motivi principali del film: la guerra che non cessa da anni, lo stato di chiusura e di sottomissione in cui la donna si sente, la sua solitudine, l’osservanza della preghiera e l’attaccamento forte alla religione, un matrimonio imposto con un uomo molto più anziano di lei, uno sconosciuto, quasi, perché è in guerra da sempre (sposata con lui, ma senza di lui, come dirà a un certo punto).

La protagonista vive in circostanze che hanno aggravato ulteriormente la già sfavorevole posizione di donna e moglie in Afghanistan. Tutto sembra non promettere soluzioni o svolte positive. Tuttavia questo quadro fermo e nero viene smosso: proprio suo marito diventa lo sfogo passivo (la pietra paziente, motivo preso da un’antica leggenda persiana), il testimone inerme dei lunghi monologhi della donna (la voce italiana che ha reso bene il doppiaggio è quella di Stella Musy) nei quali racconta (liberandosene) il suo vissuto più nascosto, quello che proprio lui non avrebbe mai dovuto conoscere, fatto di segreti inconfessabili. A questo si unisce un altro varco: la donna conosce un giovane miliziano con il quale vive una storia d’affetto, col quale fa l’amore (per la prima volta, anche se ha un marito) e grazie al quale impara a vivere la propria fisicità in maniera libera. Il ruolo della protagonista, dunque, cambia. Da vittima indifesa che pratica il dhikr per allontanare tutto il male che si sente addosso, prende coscienza dei mezzi che ha a disposizione (parola e corpo) per riscattare la sua posizione proprio mentre li mette in opera e prende il via il suo personalissimo e clandestino processo di emancipazione.

I personaggi non hanno un nome in questo film come non lo avevano nel romanzo. Manca loro il connotato identificativo più elementare trattandosi della denuncia (molto raffinata) di Rahimi a quell’ambiente, vero e proprio milieu, dal quale fu costretto a fuggire ma che non ha mai abbandonato: quello dei paesi massacrati dalla guerra, uomini e donne che vivono privati della libertà. Vengono mostrate le storie di una manciata di persone (la donna, suo marito, il padre della donna, la zia e il miliziano), simili a quelle di innumerevoli altri. Come ha ricordato lo stesso autore in un’intervista a Le Monde, “les femmes afghanes représentent toutes les femmes du monde, elles ont des désirs, des rêves et des espoirs”.

Cast:  Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Hassina Burgan, Massi Mrowat

Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Atiq Rahimi

Genere: drammatico

Durata: 102′

Anno: 2012

Voto: 8

 

 

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