Archivio film Cinema News — 02 Luglio 2015

Titolo originale: Maggie
Regia: Henry Hobson
Sceneggiatura: John Scott 3
Cast: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson, Aiden Flowers, Douglas M.Griffin
Fotografia: Lukas Ettlin
Montaggio: Jane Rizzo
Scenografia: Gabor Norman
Musica: David Wingo
Produzione: Arnold Schwarzenegger, Matthew Baer, Colin Bates, Trevor Kaufman, Pierre-Ange Le Pogam, Joey Tufaro
Distribuzione: M2 Pictures
Paese: Stati Uniti
Anno: 2015
Durata: 95 min.

Unità aristoteliche (di tempo, luogo e azione) per un film che vorrebbe riconfigurare le paure ancestrali della malattia, che devasta il corpo e la mente. Wade è una persona qualunque che vede annientata la sua vita da una pandemia, che condanna la figlia Maggie a trasformarsi in uno zombie. Lui la preleva dalla quarantena e se la porta nella sua fattoria, affrontando la mostruosità intimamente e razionalmente .
Prima che qualcuno sbadigli per la noia e parta prevenuto verso l’ennesimo film sui morti viventi, occorre fare una precisazione: Maggie non è un semplice horror. Piuttosto è una corsa alla sopravvivenza e Hobson, poco interessato allo splatter, si concentra piuttosto sull’architettura di una tragedia, che vede un padre disorientato di fronte all’apocalisse familiare. Wade vorrebbe fare finta di niente ma non può di fronte alla progressione della patologia. Perché quella di Maggie (preferiamo di gran lunga il titolo originale) è una cattività particolare certamente senza via d’uscita ma che ha il potere di rinsaldare legami familiari apparentemente sopiti sia con il padre che con la matrigna,come la commovente sequenza in cui Wade e Maggie rievocano aneddoti dell’infanzia della ragazza sulla veranda o la tragedia di Trent, il fidanzato della ragazza, che dovrà abbandonarla, in quanto infetto a sua volta. Schwarzie ha prodotto e finanziato un film a basso costo,mostrando ancora una volta fiuto per le storie forti come ai tempi di Predator e per i nuovi talenti della regia. Nel caso qualcuno pensasse che questo Contagious equivalga a uno spreco di tempo, legga questa recensione e valuti seriamente la situazione. La dichiarazione d’intenti che si sviluppa nel lungometraggio di Henry Hobson è che il pubblico è catapultato in un universo filmico costruito interamente sulla lentezza dell’immagine simmetrica al progredire della metamorfosi di Maggie, con i suoi scarti e disavanzi, con l’irruzione dell’alterità nella quotidianità come quando la figlia erutta sangue nero dal suo dito o Wade è costretto a uccidere i suoi vicini, oramai famelici di carne umana. Il vero orrore è dover uccidere necessariamente parenti e amici, colpendo così maggiormente in profondità. Fortunatamente l’impianto drammaturgico non è ricattatorio ma è un’ incursione su un punto di vista diverso verso l’inflazionato filone degli zombie, che postula l’emarginazione dovuta all’handicap filiale come punto di partenza, per relegare fuori quadro ciò che non fa parte del microcosmo fuori aldilà del circuito del contagio nella discesa verso un finale senza speranza. Epitome esistenziale, tentativo di ricostruzione di una vita in pezzi, Maggie è un percorso di alfabetizzazione al lutto, alla rinascita, all’accettazione. Si sa esattamente dove si andrà a finire, ma il film è nel percorso. Schwarzenegger e Abigail Breslin forniscono prove molto intense, risultando fragili e credibili, con il primo che aumenta il carico morale del suo personaggio di fronte alla scelta che lo attende:quella di eliminare la ragazza, quando sarà diventata una vorace walking dead, fino al catartico finale.
Tra le pieghe dello script,occasionalmente il film sembra provare a dire qualcosa di meno banale sui risultati psicologici della paura come sentimento totalizzante, sulla brutalità del sistema che mette i contagiati in isolamento dal mondo e sul lato oscuro del potere. Trascinandosi così in uno dei più lirici epiloghi della corrente stagione cinematografica.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *