Serie TV — 13 Luglio 2015

Viviamo nell’epoca d’oro della televisione. Storicamente il medium televisivo è sempre stato considerato inferiore al cinema, una forma di intrattenimento per le masse mentre il cinema era percepito come una forma d’arte. Ma il successo della serialità televisiva ha rivalutato il medium, e la trasformazione in fenomeni virali di alcune serie ha spinto molti attori di cinema a confrontarsi con la televisione. L’esempio più clamoroso è forse quello di Kevin Spacey e il suo Frank Underwood in House of Cards, ma si potrebbe citare anche Eva Green e Timothy Dalton in Penny Dreadful o Matt Dillon e Carla Gugino in Wayward Pines. E la lista potrebbe continuare.

La durata nel tempo di una serie, la sua stagionalità, rende il lavoro di produzione particolarmente arduo. Le figure coinvolte non sono diverse da quelle di un film, attori, truccatori, stilisti, sceneggiatori, curatori degli effetti speciali e delle colonne sonore e così via sono parte di entrambe le produzioni, ma questi ruoli non sono mai fissi. Anche una figura fondamentale come quella del regista, che nei film garantisce la coerenza e la continuità oltre alla validità tecnica del prodotto, non è mai la stessa. Un esempio su tutti, alle riprese delle cinque stagioni del Trono di Spade, cinquanta episodi in tutto, si sono alternati sedici registi diversi. Come garantire la coerenza nella produzione e il mantenimento di una traccia stilistica?

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