Archivio film Cinema News — 27 Dicembre 2021

Oggi recensiamo l’ultima opus di Clint Eastwood, cioè Cry Macho. Film del quale il mitico e immarcescibile Clint è anche, oltre che naturalmente regista, assoluto protagonista, nonostante la sua veneranda, soprattutto venerabile età e grandezza, non solo cineastica, notevole.

Inutile specificare che il sig. Clint ha novantuno primavere, peraltro, non suonate. Bensì lucidissime e sempre sorprendenti, osiamo dire invidiabili. Poiché, con Cry Macho, malgrado forse non sia la sua opera migliore né più memorabile, ci regala a modo suo un’altra perla di raro pregio e pregiatissima fattura che sembra essere stata partorita da un giovane gagliardo, un giovane vivissimo nell’anima e intraprendente, emotivamente ancora ruggente e lucente.

Cry Macho, scritto da Nick Schenk, già sceneggiatore per Eastwood del superbo Gran Torino e dello strepitoso, sebbene probabilmente un po’ inferiore, Il corriere – The Mule, è una pellicola dai toni fortemente crepuscolari, altamente melodrammatica, però non fastidiosamente retorica, malgrado i suoi molti momenti a prima vista sdolcinati e trasudanti, potremmo dire, una visione paternalisticamente demodé o addirittura buonista.

Cry Macho è un purissimo, invece, Eastwood d’annata, un’opera sincera e toccante, forse non perfetta però precisa, ottimamente bilanciata, secca e per niente antiquata. Eastwoodiana al cento per cento, sanamente ingenua e lievissima come la cristallinità del Cinema più artisticamente “artigianale”.

Il che potrebbe sembrare una contraddizione in termini e un’espressione ossimorica.

In Cry Macho, della durata piacevolissima di un’ora e quaranta minuti circa mai annoianti, sotto ogni punto di vista emozionanti e appassionanti, ci viene raccontata la romantica storia, adattata da Schenk dal romanzo omonimo di N. Richard Nash, di Mike Milo (Eastwood), ex campione tutto d’un pezzo del rodeo, oramai ritiratosi a vita privata.

Morigerato e arrugginito, disilluso, stanco e affaticato, Milo è un uomo decisamente sul viale del tramonto e i suoi giorni di gloria sembrano appartenere inevitabilmente a un passato assai lontano e malinconico.

Al che, un suo amico di lunga data, il ranchero Howard Polk (Dwight Yoakam), a cui Mike è debitore in quanto Polk gli salvò la vita, rimettendolo in sella, stavolta in senso metaforico, affida a Mike una missione. Ovvero superare il confine messicano per trovare suo figlio Rafael, detto Rafo (Eduardo Minett), datosi alla “macchia” e a un’esistenza tristemente, precocemente selvaggia.

Mike accetta il compito affidatogli, non se ne può d’altronde esimere, considerato l’importante debito di riconoscenza che deve a Polk, recandosi dunque speditamente verso la meta indicatagli e designata.

Imbattendosi presto, tra gli anfratti d’una città quasi fantasmatica e cupa, nella madre di Rafo, ex moglie di Polk. La giovane e conturbante, provocante e molto sensuale Leta (la splendida, avvenente Fernanda Urrejola). Che, addirittura, ricatta perfino sessualmente l’attempato e imbarazzato, persino irritato e scioccato Mike.

Leta è una donna datasi forse alla prostituzione di lusso?

Una donna che vive in una ricchissima magione ammantata di sordida torbidezza, la quale, pur di far un torto all’ex marito, impedendogli di riabbracciare il loro figlio scapestrato e ribelle, abbandonato a sé stesso, sarebbe addirittura pronta a concedersi carnalmente a un anziano, distinto signore molto in là con gli anni?

Moralmente incorruttibile, Mike però disdegna e schifa la bieca e sconcia proposta offertagli. Cosicché, irremovibile, continua nel suo fiero cammino redentivo. Forse, innamorandosi dell’interessante vedova Marta (Natalia Traven), proprietaria di una tavola calda? Una donna che perse suo marito tragicamente così come Mike vide morire i suoi cari, impotentemente?

Un frangente splendidamente meta-cinematografico che ci ricorda il grandioso “transfert” fra l’Eastwood e la Wanda De Jesus di Debito di sangue. Cry Macho, in verità, essendo come detto un film tipicamente à la Eastwood, è ricolmo di autocitazioni emblematiche, anzi, paradigmatiche e richiamanti la sua stessa sottile Settima Arte di gran classe eppur, al contempo, umana, straordinariamente semplice nel senso migliore della parola.

Fotografato egregiamente da Ben Davis, Cry Macho, ripetiamo, non è forse un’opera eccezionale o perfetta poiché risente di molte pecche e sbavature, di qualche cedimento nella struttura e di molte facilonerie all’apparenza macroscopiche. Però, se può lasciare parzialmente insoddisfatti a una prima visione affrettata, è un film destinato invece pian piano a crescere nel tempo in forma smisurata. Perché è un film pulsante d’autenticità magnifica.

Quindi, non finiremo mai di ringraziare Clint per averci ancora una volta regalato un pregevole film intriso di poesia maledettamente, magnificamente sincera e suprema.

Il film è stato presentato in anteprima italiana al Torinofilmfestival 2021.

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